mercoledì 3 febbraio 2010

Morti sul lavoro e statistiche I numeri che ingannano

Fosse solo «fiction», potremmo passarci due serate in poltrona con birra e pop corn. Non c' è film di un certo tipo senza morti, feriti, sangue, lenzuoli bianchi stesi sul selciato. Il guaio è che la realtà de «Gli ultimi del paradiso», in onda domani sera su Raiuno, è dannatamente seria. È così davvero, in certi settori, il mondo del lavoro: sfruttamento feroce ai limiti dello schiavismo, incidenti a catena, operai in nero, camionisti che tirano di coca per correre venti ore consecutive, operazioni ad alto rischio senza alcun rispetto delle norme di sicurezza. E morti, morti, morti... Certo, le prime stime dell' Inail dicono che nel 2009 forse (forse) gli incidenti mortali sul lavoro potrebbero essere calati di circa un altro 12% scendendo per la prima volta sotto i mille. Sia chiaro: lo stesso ente precisa che le tabelle si basano solo sui suoi assicurati (circa 19 milioni), non tengono conto di un' altra grossa fetta di lavoratori non iscritti (da sei a dieci milioni, col vastissimo sommerso) e men che meno di altri fenomeni. Come i decessi causati da tumori dovuti ad agenti cancerogeni nei luoghi di lavoro. Tumori che l' Ispels, l' Istituto pubblico di ricerca sulla sicurezza sul lavoro, stima essere in Italia oltre 6 mila l' anno. Al punto che, spiegava mesi fa «Italia Oggi», uno studio europeo Carcinogen Exposure «stabilisce che i lavoratori esposti a sostanze cancerogene in Italia sarebbero 4,2 milioni» e che l' Inail stesso ne è consapevole tanto da spingere il direttore generale, Alberto Cicinelli a lanciare un appello: «Mi rivolgo a tutti i medici: oltre ... -->
alle domande di rito, come quelle sullo stile di vita, sarebbe utilissimo chiedere ai pazienti anche il tipo di lavoro e l' ambiente nel quale operano o hanno operato». Per non dire di quanti muoiono oggi perché assassinati lentamente nel corso di tanti anni. Come le 22 vittime dell' amianto intorno alla cui sorte si è celebrato il processo in dirittura finale a Palermo. Tuttavia, come dicevamo, i dati dell' istituto nazionale per l' assicurazione contro gli infortuni sul lavoro qualche motivo di speranza lo danno: se la conta finale delle persone uccise mentre si guadagnavano da vivere restasse davvero sotto i mille, nella scia di un miglioramento dal 1951 in qua con l' eccezione del 2006, avremmo avuto nel 2009 meno di un quarto dei morti del 1963. Un netto passo avanti. Ma può una statistica come questa consolare le vedove degli operai morti alla ThyssenKrupp di Torino o asciugare le lacrime dei figli dei sei manovali uccisi dai veleni mentre pulivano una vasca a Mineo, vicino a Catania? O rassicurare le mogli e i figli di quanti ogni giorno rischiano la pelle per guadagnarsi il pane? Difficile. Per questo il film Rai di Luciano Manuzzi ti conficca sottopelle un' inquietudine dura da rimuovere. Perché, al di là delle storie e dei destini tragici o a lieto fine dei vari personaggi, il quadro che emerge è esattamente lo spaccato di una buona parte del mondo del lavoro italiano di oggi. Il portuale ormai in pensione e fiaccato da una vita pesante costretto a lavorare anche quando non ce la fa più col rischio di ammazzare se stesso e gli altri. Il padroncino della ditta di autotrasporti che chiede agli autisti dei suoi Tir di sottoporsi a turni massacranti perché «sennò siamo fuori dal mercato». 
Il camionista che per tener fede alla consegna e scansare il rischio di essere licenziato e sostituito da un extra-comunitario più disperato di lui non solo si rassegna a violare il contratto che gli imporrebbe un limite massimo di orario ma guida per diciassette ore consecutive facendo la pipì in una bottiglietta per non fermarsi agli autogrill e cerca di vincere la stanchezza e il sonno tirando di cocaina. E poi il rumeno che con le palpebre che si abbassano corre nella notte a novanta all' ora al volante di un bestione che pesa come trenta utilitarie e può schiacciarne sei o sette in una botta sola. Il moldavo senza uno straccio di polizza infortuni o di maschera antigas mandato giù con secchi e spazzoloni nella stiva delle cisterne sature di fanghi tossici. E tutto un mondo di disoccupati cinquantenni che si arrangiano guidando il taxi dello zio o offrendosi di consegnare a casa la spesa al mercato ortofrutticolo per pochi euro «più le mance, se trovi la signora con la luna buona». 
Un' Italia diversa da quella del «Billionaire», di Fabrizio Corona, delle veline, dei tronisti televisivi. Un' Italia di gente spettinata, con la barba rasata male, i vestiti comprati al mercato dai cinesi. Più simile all' Italia che emerge dai racconti di gente come Pietro Spataro, di «unionecamionisti.it» che spiega come per legge l' orario europeo dei camionisti «prevede per due settimane non più di 90 ore con un massimo la prima settimana di 54 ma in Italia non la rispetta nessuno. Le ditte ti impongono, soprattutto se hai un camion frigo, 18-20 ore di fila». Tanti tirano cocaina. O truccano la «scatola nera». Diventando un pericolo per se stessi e per gli altri. «Andar via in due? Certo, ma c' è sempre uno straniero che si offre di fare il viaggio da solo. In base alle tabelle e agli aumenti col passaggio da lira all' euro un autista in regola che fa l' estero dovrebbe prendere 5400 euro. Si e no se ne prende duemila. La metà di quello che guadagnava venti anni fa. E siamo pieni di stranieri che si offrono per mille o addirittura ottocento euro. I controlli? Ma va là...».
La crisi internazionale, dice l' ultimo rapporto Confetra, ha fatto registrare nei primi sei mesi del 2009 nei trasporti nazionali una flessione del 27%, negli internazionali del 25%. Dicono i dati di Unioncamere: 14mila aziende di autotrasportatori chiuse al lordo delle cancellazioni d' ufficio nel 2007, 10mila nel 2008, 9mila nel 2009... Risultato: chi tenta di sopravvivere chiede a se stesso e ai propri dipendenti, se ne ha, sempre di più, di più, di più... Più ore di guida, viaggi più lunghi, più muscoli nel caricare e scaricare la merce nonostante il sonno e la fatica. C' è poi da stupirsi se secondo le centrali operative di Autostrade, nel 48,1% degli incidenti mortali è coinvolto un mezzo pesante? E se spesso, troppo spesso, si tratta di autisti stranieri? Vale per i camion, vale per i lavaggi delle vasche, vale per tutti i lavori più pericolosi sia nel film della Rai che nella realtà quotidiana: gli stranieri non sono troppi solo nelle classifiche di chi commette dei reati. Sono troppi anche nelle tabelle dei morti sul lavoro. Lo dice l' ultimo rapporto Caritas: ogni sei operai feriti o uccisi mentre si guadagnavano da vivere, uno è straniero. Forse è il caso di ricordarcene.
Fonte: Stella Gian Antonio - Corriere della Sera

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