martedì 2 marzo 2010

Relazione introduttiva di Marco Fenaroli su crisi, precariato, migranti e futuro della Cgil

Questo congresso ha l'obbligo di essere occasione di ragionamento sulle esperienze della nostra confederazione nell’opera di rappresentanza e di tutela di lavoratori e lavoratrici, di pensionati e pensionate.
Lo percorriamo sulla base di due documenti, la speranza è di riuscire a discutere delle tante difficoltà che incontriamo.
Si tratta di capire bene le esperienze; è meglio di un confronto su idee astratte e su parole vuote, anche se mese insieme da spezzoni del gruppo dirigente.
Nello stesso tempo abbiamo da decidere quali problemi affrontare, scegliendo, così, ruolo e collocazione nella società, verso altre organizzazioni e istituzioni.
Solo così possiamo definire la nostra proposta per Brescia.
Poi parliamo di tutto, ma prima mi preme mettere in chiaro che venerdì dell'altra settimana, il 12 marzo, con lo sciopero generale nazionale ci giochiamo un passaggio decisivo nella sfida sulla risposta e sugli esiti della crisi in aggravamento.
Sull'evento incombe una cappa di silenzio, sarà meglio che ci diamo da fare, cominciando ad usare bene l'ultima edizione del nostro “punto cgil” e, come si diceva, a caricare la molla.
Vale la pena di sollevare un tema troppo fuori dal nostro sguardo quotidiano, mortificato dalla miseria italiana: non sono ancora finiti gli effetti della guerra preventiva di Bush junior.
Persino la brama di piacere a tutti del Presidente del Consiglio dei Ministri italiano è andata a sbattere nei tornanti della Palestina e di Israele, ha combinato una confusione maledetta tra Shoah e piombo fuso, tra Al Qaeda e Iran, finendo per dare una mano alla repressione contro l’onda verde.
Pace e disarmo tornano ad essere idee e processi da promuovere e da rivendicare: la guerra ci riguarda, ...
anche se lontana dalle nostre terre: è il teatro privilegiato per svolte autoritarie e assetti di potere oligarchici. Mentre le aree della terra nelle quali c'è più bisogno di cooperazione per affrontare fame e sete, mancanza di libertà e di democrazia, continuano a subire devastazioni e violenze.
La crisi riporta ai fondamentali, all’abc.
L'opera sindacale si svolge dentro un quadro politico ed istituzionale che allarma chi tiene a riferimento ideale  e culturale la Costituzione repubblicana, figlia dell’antifascismo e della lotta di Liberazione.
Tutti ricordiamo che il suo primo articolo recita “l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”, molti meno, invece, ricordano il secondo capoverso del primo articolo, quello che recita “la sovranità appartiene al popolo”. Ma non finisce lì, perché la frase intera è: “ la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Alla stragrande maggioranza dei 60 milioni di italiani verrebbe impedita la cittadinanza e ritirato il permesso di soggiorno a punti, ultima invenzione della cattiveria del Ministro degli Interni (anch’egli uno dei troppi con una formazione quanto meno avulsa dalla Costituzione, sulla quale pure ha giurato fedeltà).
I limiti imposti dalla Costituzione sono quelli dell’uguaglianza, della libertà della persona e del domicilio, della libertà di riunione e di comunicazione; limite, rispetto alle pretese dei privati, è il diritto universale all’istruzione ed alla salute.
L’orizzonte per tutti è quello dell’articolo tre che prescrive alla Repubblica il compito della rimozione degli ostacoli che rendono non attuabili i principi di libertà ed eguaglianza dei cittadini.
Un altro limite, che non ricordo tra parentesi perché troppo spesso disatteso, è quello del divieto della riorganizzazione sotto qualsiasi forma del partito fascista.
Sono limiti dentro i quali, orizzonti verso i quali lavorare: sono la ragione del nostro impegno.
La parola limite va usata per una seria critica della nostra attuale condizione generale.
Limite è il contrario del desiderio di assoluzione da regole e da vincoli mostrato dal potere politico,che non è mai stato così debole rispetto al potere economico, ed inetto rispetto al crollo della crescita costruita sull’indebitamento degli Stati e delle famiglie, nel mentre che al popolo lavoratore si continua a ripetere, da decenni, “non possiamo vivere al di sopra dei nostri mezzi”.
Limite va posto all’arbitrio nel governo delle relazioni sociali, come è la pratica degli accordi separati che ci escludono: una violenza sottovalutata, che noi non osiamo mai verso altri.
Limite si impone all’uso della ricchezza e dei beni pubblici, ultimamente ceduti senza ragione ad interessi economici di gruppi e di ceti: basta pensare al saccheggio del territorio ed alla privatizzazione dell’acqua.
Il fatto è che, di fronte alla difficoltà a produrre accumulazione in positivo, chi governa la cosa pubblica consente a che si mettano le mani su risorse indispensabili per il genere umano, favorendo in modo clientelare amici e conoscenti.
La corruzione torna a mostrarsi assai diffusa, triviale, convinta dell'impunità.
In Italia si continua a negare la profondità della crisi.
Il calo del PIL del 4,9% nel 2009 è dato pesante: la grande informazione pubblica ne tace, così come tace che sono 600.000 i posti di lavoro in attività in meno a fine 2009 rispetto al luglio 2008.
Si finge l’uscita dalla crisi del 2008 percorrendo le stesse vie per le quali ci siamo entrati: constatazione critica che vale per i Governi, ma vale anche per i sindacati.
Utilizzano i fondi destinati al risanamento dei crolli finanziari per riprendere a speculare.
Da noi stanno usando i 90 miliardi di evasione (ma forse il “successo” del Governo è solo un terzo del propagandato), lavati dallo scudo fiscale, per rilanciare la rendita urbana negli immobili di lusso.
Il soggetto sottinteso è quello dei grandi speculatori, nella vecchia e nella nuova economia.
Lo stesso presidente Obama è sottoposto a massicci attacchi per la sua intenzione di far pagare la crisi a chi l’ha provocata. Resta sempre in sospeso la domanda su quali rapporti abbia la grande finanza con le enormi ricchezze accumulate dalla criminalità organizzata attraverso droga e prostituzione e gioco d’azzardo, soprattutto qui da noi.
Tre obiettivi si propongono con urgenza e nettezza: no ai licenziamenti, aumenti reali di salari e pensioni, democrazia basata sul voto dei lavoratori e delle lavoratrici.
Le analisi mostravano chiaramente che la crisi è stata causata da speculazioni finanziarie ed immobiliari e da compressione dei redditi da lavoro e da pensione.
Eppure non è venuta alcuna riforma del sistema finanziario mondiale, delle relazioni tra economie indebitate, quelle occidentali, ed economie, come quella cinese e quelle arabe, che investono sul deficit altrui.
Ora la speculazione si concentra sui debiti degli Stati, a cominciare da Grecia e Spagna, noi non siamo molto lontani.
Non ci sono investimenti per gli Stati poveri, primi tra tutti quelli africani.
Nel mondo si muore di pinguedine e si muore di malaria e di fame. Mezzo secolo è passato invano dall'ammonimento del Papa bresciano Montini sull'ira dei poveri.
In pianura padana ci ammaliamo, di più i bimbi e le bimbe ed i vecchi e le vecchie, per l’aria infetta, ma, fino ad ora, non ci viene da chiedere più mezzi di trasporto pubblico, invece che più automobili.
Nella crescita dalle nostre parti sono evidenti perversioni: si prosciugano le falde di acqua, per coltivare granoturco, coltivato per dare da mangiare alle mucche, allevate per fare il latte, per farne troppo: e così l'Unione Europea sovvenziona tutto il ciclo: agricoltori, allevatori, produttori, distributori, consumatori.
In epoca liberista si proteggono produzioni più che mature e si impongono dazi contro quelle dei Paesi poveri e si depredano le loro produzioni che hanno mercato da noi. A conservare le montagne dall’abbandono e dal dissesto. Le ingiustizie del mondo provocano migrazioni bibliche ed il paradosso che in epoca liberista si sia riorganizzato lo schiavismo.  Infatti il colonialismo non è ancora morto. Dall’Africa fuggono: vengono qui per poter lavorare e per poter vivere.
Il nostro Stato ha deciso di respingerli, quelli che vengono per mare e di consegnarli agli aguzzini dei campi di concentramento della Libia, di trattarli come nemici.
Cinica propaganda, perché le migliaia di immigrati irregolari, che non hanno la sfortuna di vivere nel sud del Sahara, seguono altre vie, più comode, per arrivare nel Bel Paese.
Il Governo ha ribaltato la responsabilità della tragedia di Rosarno, da chi l’aveva, cioè gli schiavisti e lo Stato assente, sopra gli africani sfruttati, riproponendo il maledetto binomio “immigrati=delinquenti”.
Ha ragione Saviano: quei braccianti africani “si battono per diritti per cui non ci battiamo più”.
Il razzismo ed il nazionalismo sono risposte politiche alla crisi. Noi le contrastiamo, ma non basta.
Abbiamo il dovere di esserci dove emergono problemi e tensioni, per imporre percorsi democratici, per responsabilizzare le istituzioni, organizzando richieste e proponendo soluzioni.
Siamo così in grado di costruire un dialogo libero dalla violenza, per essere sempre dalla parte dei migranti, condividere alla pari con loro le difficoltà per uscirne insieme.
E’ impegno difficile, in molti luoghi battaglia di minoranza, ma dobbiamo sostenerla, come ci è capitato recentemente di fare a Chiari, a Coccaglio, a Trenzano, a Villa Carcina e di nuovo con la grande manifestazione di sabato 6 febbraio in città: diecimila persone, che hanno dimostrato di voler essere protagoniste del loro destino, contro il razzismo istituzionale.
Una manifestazione, come tutte quelle di questi decenni, pacifica, aperta verso la città.
C'eravamo in molti, in mezzo alle associazioni per costruire una città e una cultura fatta di molti popoli, che, se usa i mezzi della tradizione del movimento operaio, sarà più facilmente democratica, fatta di uomini e di donne, chiedendo e offrendo rispetto.
Ieri piazza Loggia era piena di uomini e di donne che rivendicavano prima di tutto rispetto per la loro dignità. Invito a pensare che sia un bene che non corrispondano a quell'ordine sociale e politico al quale troppi li richiamano: “chiedete quel che vi diciamo noi di chiedere, fatevi vedere qui e non lì, protestate, ma a bassa voce e con le buone maniere”.
Sono le stesse cose che quelli che un mio collega di banca chiamava “i buonpensanti”avrebbero voluto dagli operai degli anni settanta.
Certo che per dire a chi vuole mostrare la propria dignità “aspetta che il momento e la situazione giusta te la dico io” ci vuole una bella presunzione, il che non significa sottrarsi ad un confronto schietto nel quale portare il nostro bagaglio di esperienza nei rapporti sociali.
Ieri si è dimostrato che senza gli immigrati l'Italia si ferma e che, in alcune aziende, gli immigrati e molti italiani con loro, possono fermare il proprio lavoro a sostegno dei propri diritti e delle proprie rivendicazioni.
Non è poco di fronte alla cattiveria di quegli esponenti politici che si fanno imprenditori di razzismo.
C'eravamo, come accade da venticinque anni ormai: cominciammo con il Residence Prealpino.
Forse non sarà un segno dei tempi, ma quella vicenda si è chiusa positivamente, grazie al concorso di istituzioni, associazioni, anche del vecchio Comune di Brescia, forze dell'ordine, contro un continuo ostruzionismo ed una insistita speculazione politica, che, più a che risolvere la questione, puntava a tenerla aperta in eterno per sfruttarne le ricadute allarmistiche.
Collaboriamo con altri ed altre ad una battaglia di idee, contro il pregiudizio e la diffidenza, contro la menzogna usata per seminare diffidenza ed odio.
Occorre e si può venire ad una riunione dei nostri delegati immigrati per ascoltare dalla loro voce, da loro nuovo e bell'italiano, storie di vita e di ordinaria cattiveria, subita anche dai loro bimbi e dalle loro bimbe, per capire che è in gioco non soltanto l’oggi, ma anche il domani di tutti.
Per questo in Camera del Lavoro si sta svolgendo un corso di lingua ed informatica che accoglie giovani donne e madri straniere, curato da compagne generose ed attente: una fatica non da poco, che punta a far maturare nuove aggregazioni e punti di riferimento.
Lo scambio culturale ed interpersonale resta decisivo per cambiare la situazione: il sindacato è luogo ideale per questo, ci vuole inventiva ed applicazione maggiori da parte di tutti e di tutte.
C’è una sofferenza che fa fatica ad essere detta, delegate che piangono mentre descrivono, nei congressi, i soprusi patiti ogni giorno sul lavoro e che ringraziano il sindacato che ha cambiato la situazione, dicono, la loro vita. Nello scontro noi lavoriamo per la convivenza e la corresponsabilità nelle città, e per la eguaglianza di diritti e di doveri nel lavoro e nella società, ben prima della cittadinanza italiana, che è canale da aprire, ma non può essere la via obbligata per l'eguaglianza.
Comunque il diritto di voto è decisivo per gli immigrati e per la stessa democrazia italiana: non può essere che il 15% dei residenti non abbia peso nel decidere il futuro della comunità.
La nostra è ridiventata una democrazia monca, arretrata, dalla quale troppi sono esclusi, come lo erano i poveri prima di Giovanni Giolitti, le donne, prima della Liberazione dal fascismo.
Per questo partecipiamo alle iniziative, insieme all'ASGI dell'avvocato Alberto Guariso e con la Fondazione Piccini, presieduta da Franco Valenti, contro la discriminazione istituzionale verso gli immigrati, perché costruisce una gerarchia che, per ora, umilia chi la subisce, ma che richiama una giusta ribellione, che chiama in causa tutti noi.
Convivere, invece, comporta reciproca conoscenza, impedire sfruttamento ed emarginazione, reciproco aiuto, diritto all’abitazione per evitare ghetti, diritto alla istruzione di qualità, per evitare che alla scuola di classe che abbiamo combattuto secondo Don Milani e con le 150 ore di Trentin e Carniti, con le riforme legate all’autunno del 1969, si sostituisca la scuola razzista.
Infatti procederemo per vie legali contro il tetto del 30% di presenze di scolari immigrati imposto dal Ministero sopra l'autonomia delle scuole, in spregio al loro lavoro, mentre si tagliano fondi e sostegno.
Problemi ce ne sono talmente tanti che solo una paziente opera di scambio alla pari può costruire una società aperta, capace di cercare e di dare risposte al nuovo.
Voglio sottolineare che nelle situazioni di maggiore difficoltà abbiamo sempre riscontrato attenzione alle nostre ragioni da parte della Prefettura e della Questura, oltre che del Comando provinciale dei Carabinieri, che, senza nulla mancare alle loro funzioni, hanno consentito il governo delle tensioni ed hanno lavorato alla loro soluzione positiva.
Resta per noi l’esigenza primaria che dalle norme venga eliminato il contratto di soggiorno, il vincolo indissolubile tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, introdotto dalla Bossi-Fini, e che venga tolto l’aberrante reato di clandestinità.
Un vincolo che cambia del tutto la qualità del rapporto tra Stato e lavoratore immigrato: se perdi il lavoro, anche se sei qui da venticinque anni, dopo sei mesi diventi clandestino, vieni espulso. La distanza tra la schiavitù e questa catena è da ricercare col microscopio.
E’ una condizione da coatto che rende gli immigrati dal tutto diversi dai lavoratori italiani, in peggio.
E’ una differenza non capita, tanto che lo stesso Governo Prodi ha lasciato inalterata, nonostante i tanti impegni presi dal ministro Amato, quella norma capestro.
Nella disgrazia della crisi, della clandestinità imposta da questa invenzione legislativa, gli immigrati si portano dietro le fatiche fatte per arrivare, inserirsi, imparare l’italiano che è una delle lingue minori nel mondo, ricongiungersi alla propria famiglia: fatiche da buttare, ma la via, consolatoria per la nostra falsa coscienza, del ritorno al Paese di origine non esiste per molti di loro: là non hanno più nulla, la loro casa è qua.
Per questo è stata importante la giornata di ieri 1° marzo “un giorno senza di noi”, bella invenzione europea, ed è importante, che, per la prima volta, il 12 marzo, in uno sciopero generale nazionale, i diritti dei migranti siano tra i pochi chiari obiettivi.
Sul lavoro sono spesso lasciati soli, oggetto della prepotenza dei capi e delle cape, la fabbrica, al contrario, deve diventare il primo luogo della accoglienza, dell’impegno reciproco per la fraternità e la sorellanza tra lavoratori e tra lavoratrici.
La totale passività del Governo italiano esaspera la tensione sulla occupazione.
Tutte le previsioni ci predicono un 2010 peggiore del 2009, molte risorse se ne sono già andate per coprire il netto calo produttivo iniziato nell’autunno del 2008.
Lavoratori e lavoratrici hanno perduto centinaia di euro per ogni mese passato in cassa integrazione: quanti siano precisamente nessuno lo sa, forse centomila.
Per decine di migliaia nella sola nostra Provincia gli assegni di disoccupazione sono da tempo finiti.
Le 52 settimane di cassa ordinaria vanno esaurendosi per molte aziende, quella speciale prevede esuberi, ed anche quella finisce.
Sarebbe soltanto intelligente conoscere i percorsi aziendali per tempo, ma qui in Italia non si può e noi non ci siamo in tutte le aziende: deve accadere prima e poi lo sai.
L'utilità di un vero osservatorio sull'andamento della crisi è evidente; la fattiva Brescia, con la sua Amministrazione Provinciale, potrebbe ovviare alle deficienze di Stato e Regione.
Chiediamo anche, ma invano, da tempo, il raddoppio dei tempi degli ammortizzatori sociali e l’aumento del valore dell’assegno mensile della cassa integrazione.
Questa richiesta è stata assunta nelle richieste avanzate con lo sciopero del 12 marzo, qui la sosteniamo fin dallo sciopero generale bresciano del novembre 2008.
Qui abbiamo concordato, in Provincia, misure di apertura di credito individuale, rateizzazione delle bollette.
Avevamo chiesto di usare il milione di euro, che la passata Giunta aveva stanziato per i lavoratori colpiti dalla crisi, a favore degli sfrattati per morosità.
Sfratti per morosità incolpevole, si deve dire, cresciuti a dismisura, dei quali, con il SUNIA chiediamo il blocco o, almeno, il raddoppio dei tempi di esecuzione.
Invece si è dispersa quella risorsa in assegni da 300 euro mensili, per i cassaintegrati disposti a svolgere piccoli lavori presso i Comuni: pochi e decisi in modo arbitrario dai Sindaci.
Ora chiediamo che, oltre la rateizzazione, venga prevista la moratoria del pagamento delle bollette per chi ha perso lavoro e reddito, fino alla ricollocazione o alla ripresa del lavoro.
Restiamo in attesa di risposta, intanto i bollettoni arrivano.
Tentiamo di unire quel che la crisi divide con risposte praticabili nell’immediato.

Noi proponiamo di dividere il lavoro che c’è: di utilizzare i contratti di solidarietà. I metalmeccanici ne stanno firmando molti. Sono strumento molto utile.
Se la stagnazione della produzione, dopo il crollo del 2009, si confermasse nel tempo, sarà necessario un salto di qualità, simile al Piano del Lavoro proposto dalla CGIL di Di Vittorio; un salto da parte nostra e da parte delle imprese, capace di costringere il Governo ad uscire da una gravissima inerzia.
Fino ad ora il trauma del licenziamento ha colpito i lavoratori a tempo determinato, i precari, i dipendenti di artigiani e commercianti, almeno fino all’entrata in funzione degli ammortizzatori in deroga, gli unici finanziati dal bilancio dello Stato e gestiti dalle Regioni, con accordi che hanno sfrangiato uno strumento che avrebbe da essere universale.
D’ora in avanti le cose si fanno più difficili, per tutti.
Chiediamo di utilizzare tutti gli strumenti possibili per scongiurare la perdita del posto di lavoro: sarà bene produrre proposte che rendano meno contorto il provvedere al sostegno al reddito, che non ci siano vuoti di mesi nella erogazione dei sussidi.
Ribadiamo l'esigenza di strumenti validi per ogni forma di lavoro, anche per quello parasubordinato.
Di certo non va bene l'idea del Ministro del Welfare di una tutela fatta da una disoccupazione per tutti (dal valore ignoto, sicuramente minimo) e da ammortizzatori degli enti bilaterali.
Se anche gli strumenti a salvaguardia del reddito diventano o corporativi o aziendali, la coesione sociale di questo Paese salta.
Si tratta di uscire dai drammi vissuti nei decenni scorsi: occorre pensare a ristrutturazioni non improntate al labour-saving di liberista memoria, ad investimenti dei governi locali e di quello nazionale per il sostegno alla innovazione ed alla occupazione.
Innanzitutto con l’Associazione Industriale Bresciana, il confronto, già avviato, dovrà farsi più coinvolgente, così da poter fornire alle singole aziende indirizzi utili a salvare produzione e posti di lavoro
Il percorso, fatto dentro la crisi e le crisi aziendali affrontate nei mesi scorsi, consente fiducia in una prosecuzione capace di risultati positivi per lavoratori e lavoratrici e per le aziende stesse.
Questa fiducia deriva, per parte nostra, dalla solidità di un metodo per la direzione delle vertenze basato su uno stretta e costante unione con i delegati e le delegate, sulla leva democratica nel rapporto con tutti i lavoratori e le lavoratrici, sul farsi carico del problema di ognuno, sulla chiarezza e sulla determinazione, che si traducono in onestà.
Il problema, nel quale ci troviamo, è che deve tornare il lavoro e la leva pubblica è decisiva per innescare meccanismi di ripresa. Non soltanto riprendere a produrre quel che si produceva, ma anche sostituire le produzioni cessate con imprese nuove.Non è alle viste alcun piano di investimenti pubblici utili al rilancio dell'industria, del terziario avanzato, della ricerca o dell'innovazione. Quello della ricollocazione è tema eliminato dai poteri dello Stato, che da tale cruciale questione si è ritirato: invece è segmento che va riattrezzato, collegandolo alla formazione. Senza vaneggiare di flex security alla danese, va costruito un pezzo di governo del mercato del lavoro, necessario in questa fase storica, e non è surrogabile dalle agenzie di lavoro interinale. Cosa combini la Regione Lombardia è mistero celato dalla sua gestione centralistica e notoriamente clientelare. Quale domanda, quali politiche industriali promuove ed organizza il Governo italiano, quello Regionale, quelli locali?
Quali opere pubbliche immediate decidono, a quindici mesi dall'inizio della crisi?
Ci si desse la possibilità di discutere il piano industriale di A2A, diremmo la nostra sulla scelta di puntare sul nucleare, secondo noi un errore sul piano dei tempi, della resa occupazionale, della compatibilità ambientale.
A2A non può pensare di risolvere il problema della sue relazioni con le parti sociali con un briefing del suo Presidente a Roma. Se è ancora qui, deve stare qui a raccontarsi ed a confrontarsi, anche con le nostre domande e richieste.
E' al Sindaco di Brescia, azionista principale, che rivolgiamo pubblicamente questa richiesta che già gli è stata consegnata da CGIL, CISL e UIL, che gli viene da uno sciopero dei dipendenti, da successive note della RSU aziendale.
Meglio è investire nella produzione di energia rinnovabile ed utilizzare gli stabilimenti già esistenti.
Meglio è se si investe di più nella raccolta differenziata dei rifiuti.
E intendiamo discutere dell'acquedotto, del bene comune dell'acqua, che, anche noi, come molti nel mondo, non vogliamo venga ridotto a merce.
Leggiamo i resoconti delle conferenze stampa, ma non basta a nessuno: credo che tutti si possa condividere che la storia della politica bresciana attorno ad ASM non merita di essere ridotta a tanto poco.
Di fronte alla ristrutturazione FIAT, alla conseguente crisi dell’indotto, dentro la. ristrutturazione IVECO, è necessario progettare nuove produzioni legate al trasporto pubblico, su ferro.
Questo è un crocevia decisivo per il futuro dell’industria italiana.
Sulla logistica si gioca parte del ruolo del nostro capoluogo; è bene dar corso alla ristrutturazione della Piccola velocità ferroviaria, per noi importante perché ricomprende la soluzione occupazionale della Ideal Standard.
Nella relazione con l’università e con il sistema scolastico sta buona parte della riorganizzazione del sistema locale.
Energia e logistica sono fattori della produzione di primaria importanza, sponda necessaria alle esigenze ed alle prospettive delle imprese, decisivi per le risposte alla crisi: questa impone una discussione di carattere strategico, se non vogliamo ritrovarci con un sistema locale indebolito.
La lotta per la legalità, democratica, è elemento essenziale del nostro impegno.
Lo Stato italiano non regge l’espandersi del potere della criminalità organizzata.
Gli scioperi dei dipendenti della Giustizia, le dimostrazioni dei sindacati dei lavoratori della Polizia di Stato, in primis del SILP per la CGIL, le proteste e le richieste dell’ANM sono da noi sostenute e vanno meglio conosciute.
A Brescia lo Stato è sottodimensionato: Tribunale, Prefettura, Questura, Direzione Provinciale del Lavoro, Ispettorati del Lavoro, dell’Inps, guardie carcerarie, tutti sotto organico, tutti privi di mezzi di lavoro adatti alla sfida. E non sono sostituibili con i vigili urbani.
Sicuramente manca il coordinamento tra i tanti corpi addetti alla sicurezza.
A noi non la leva nessuno dalla testa l'idea che il bisogno di sicurezza sia simile a quello di interventi chirurgici, spesso indotto da chi li esegue.
Di fronte al disagio sociale, al degrado urbano, a comportamenti scorretti e violenti monta una richiesta di sicurezza, ma ora essa è diretta soltanto contro gli stranieri.
Ci vuole maggiore senso dello Stato, e si impongono indirizzi di correttezza nella informazione.
Non è secondario il ruolo di giornali e TV che, ad esempio il TG3 della Lombardia, di fronte a fatti di delinquenza, evoca la provenienza dei responsabili soltanto se nativi da regioni del sud o stranieri.
Per spezzare le catene di spaccio, prostituzione e gioco d'azzardo, fenomeni criminali che corrompono la vita di migliaia di uomini e donne, per bloccare le bande dei furti negli appartamenti che incutono disgusto e timori per troppi, serve molta presenza, ma soprattutto servono ricerca ed indagini.
La collaborazione tra le Forze dell'Ordine e la Magistratura è fattore decisivo per combattere la malavita
Sul piano politico è chiaro un risultato sperimentato tante volte: c'è bisogno di maggiore cultura democratica in campo a confrontare le semplificazioni da Ku Klux Klan che emergono in relazione a violenze addebitate, vero o non vero, a stranieri.
Il SILP, rafforzatosi con l'ingresso di molti nuovi iscritti, ci ha garantito la continuità della sua collaborazione su questo versante, nel quale l'autorevolezza delle fonti è decisiva per aprire situazioni accecate da torti subiti o da pregiudizi e propaganda incontrastati.

La Guardia di Finanza rende noti, di anno in anno, risultati incredibili nella lotta all’evasione fiscale bresciana ed alle truffe dei colletti bianchi: questo dimostra che non sono prerogativa esclusiva del Meridione.
L'illegalità porta con sé ulteriore svalutazione del lavoro, soprusi diffusi ed incontrastati sui lavoratori e sulle lavoratrici (40% in più di vertenze individuali dal 2008 al 2009 nei nostri Uffici, e la coda in attesa ogni giorno denuncia quanto di ingiusto si vive nelle aziende).
Ci stanno le associazioni d’impresa e le amministrazioni locali ad una comune impresa contro la criminalità economica, senza trombe e pompe?
Per cominciare contro le cooperative spurie, strumento di sfruttamento e di auto sfruttamento, dove allignano una prepotenza senza argini e la mancanza assoluta di rispetto di regole e persone?
Certo, con la concorrenza sleale che producono, sono un fattore di risparmio sui costi per le imprese e per gli enti committenti, ma spesso sono veicolo di infiltrazioni criminali e di scadimento del servizio per gli utenti
Non si può dire, come dice uno dei personaggi del sistema gelatinoso della Protezione Civile: “ho vinto una gara, faccio il commissario di governo, non il commissario di polizia”. Non lo si può proprio dire.

Venga l’UGL a mediare, come ha fatto al servizio postale dell'aeroporto con suoi uomini rudi, chiamati a mostrare i muscoli per intimidire, d'accordo con la cooperativa, chi faceva sciopero per chiedere rispetto lì dove vigono il sopruso ed il ricatto, dove ti fanno lavorare due ore per notte e ti cacciano se solo alzi la testa o ti svitano i bulloni delle ruote dell'auto se fai il delegato, ma non per loro.
Questo è il sindacato nuovo, il quarto che ci ritroviamo inopinatamente a qualche tavolo invitato dalla controparte .
I neri, non nel senso degli africani, si fanno sempre riconoscere, soprattutto alla prova della difesa dei diritti sul posto di lavoro.
La CGIL ne tenga conto.

La nostra opera è tesa a civilizzare il rapporto di lavoro nelle aziende e negli uffici, tutti, soprattutto nelle unità più piccole; ad eliminare, insieme alla illegalità, paternalismo ed autoritarismo, per riconoscere la dignità di chi presta la propria fatica, per mantenere se stesso e la propria famiglia.
Il lavoro dipendente non può essere cosa alle cui spalle si guadagna lusso e privilegio.
Dentro la segmentazione del tessuto della produzione e dei servizi, il precariato si è rivelato quella piaga sociale che si temeva: è strumento per paghe basse e zero diritti.
Il dramma è che in Italia non finisce mai: ben insediato nel privato, è esploso nel pubblico, nella caccia alla compressione dei costi.
Corre il rischio di diventare la norma, non più l'eccezione.
A cominciare dal processo senza fine di esternalizzazione di servizi pubblici da parte delle Amministrazioni Locali, che rendono diritti di dipendenti e di utenti sempre più labili e qualità troppo spesso a grave rischio.
Il precariato rimane privo di tutele sociali degne di questo nome, al sua estensione reclama una riforma dello Stato Sociale adeguata alla tragica novità.
Si è generato un Paese senza futuro, nel quale il singolo è deprivato del futuro e la comunità è oppressa dalla mancanza di certezze.
Se ne deve uscire molto in fretta, pena il diffondersi di spaesamento, di sensazione di abbandono alla deriva di un'intera generazione.
Respingiamo l’accusa, che ci viene rivolta anche da riformisti, di accettare l’apartheid verso i giovani ed i precari: è un addebito fattoci da chi pretende un sistema di eguali diritti, ma soltanto dopo qualche anno dall'assunzione, in cambio della cessione della titolarità dl posto di lavoro.
Per parte nostra abbiamo il dovere di offrire loro, tempi determinati e precari, concreti strumenti di unità in opposto alla frammentazione, riferimenti di garanzia e di unificazione a partire dai luoghi dove lavorano,
soprattutto da parte dei delegati e delle delegate, per fare in modo che i loro problemi divengano i problemi di tutti, vengano messi a fattor comune nella relazione con le direzioni aziendali dentro lo stesso sito.
Interessante è la ricerca condotta dal NIDIL di Brescia e da Vittorio Rieser con una serie di interviste a lavoratori sulla condizione, sulla idea di sé e della propria vita e del rapporto con il sindacato e con i partiti: è un breve saggio che vi invito a leggere e, se vorrete, a tornarci sopra per parlarne.
A pensarci ci si sente messi in discussione: è un punto di vista che sappiamo esistere, ma, messo nero su bianco, pretende risposte ed impegni di cambiamento nella organizzazione e nella iniziativa.

Considerazioni simili valgono per il lavoro dipendente più tradizionale: imprigionato da una rigidissima gabbia per contrattare collettivamente, costretto a sognare di cavarsela da solo, con continui adattamenti alle esigenze del lavoro, si ritrova con un reddito sempre più insufficiente a sbarcare il lunario, a rischio di perdita di tutti i sostegni della sicurezza sociale, sanità e pensione, costretto a pagarsi la scuola dei suoi figli, a comprare tante auto per spostarsi e per tutta la famiglia, a sostenere genitori non autosufficienti e figli poveri.
E nessuna riforma nella quale investire speranza.
Questo è il quadro che si determina in assenza di soggetti collettivi di rappresentanza e di tutela.

L'impoverimento è problema sociale di grande rilevanza,riguarda chi il lavoro l'ha perduto, ma in Italia è ormai normale anche il lavoro povero e si va configurando un vero e proprio regime di bassi salari.
Se ne esce soltanto con una nuova capacità di contrattazione, che superi i vincoli socialmente insostenibili del 22 gennaio, con un recupero di autonomia sindacale, a cominciare dai contratti nazionali, non sotto la rigidità di un indice elaborato da un centro di ricerca subalterno al Governo, ma guidati e dalle condizioni materiali della vita quotidiana delle famiglie dei lavoratori e delle lavoratrici e dall'impegno e fatica prestati in azienda.
Non può essere che gli aumenti triennali valgano solo qualcosa in più di quelli ottenuti nell'ultimo biennio sulla base del 23 luglio 1993.
I CCNL sono uno dei pochi elementi che fanno unità nazionale, di fronte alla disgregazione ed alle meschinità localistiche, invece, le deroghe, rese ora possibili, ne minano la consistenza e la funzione.
Anche questa è una delle intuizioni, proposta da alcuni esponenti del riformismo nazionale, che destrutturano poteri e diritti dei lavoratori, non c'è infatti bisogno della deroga per migliorare.
Questa funzione dei CCNL va recuperata per evitare che la contrattazione di secondo livello scada nell'aziendalismo: anche qui, invece della complicità, va stimolata la capacità negoziale ed il confronto sui temi della organizzazione del lavoro, della qualificazione professionale dei dipendenti, della responsabilità delle direzioni dell'impresa.
Non può essere che i criteri validi per gli aumenti salariali siano di esclusiva competenza aziendale, che totalmente variabili e valgano solo se esentasse.
La dialettica tra le parti è elemento decisivo per una dinamica aziendale positiva: certo, occorre che ognuno stia al suo posto.

La redistribuzione della ricchezza prodotta è uno dei cardini del compromesso socialdemocratico che ha retto il patto sociale del secondo dopoguerra in Europa, ma in Italia si è imposto soltanto con le lotte degli anni sessanta e dell’autunno caldo; lo hanno fatto saltare i liberisti, ma anche i laburisti alla Blair.
Non è facile ricostruire quel patto, ma il trauma della crisi iniziata nell'autunno del 2008 impone profonde novità, rispetto alle linee intraprese negli anni ottanta e dopo la cancellazione della scala mobile e la svalutazione del 1992, con il 23 luglio 1993.
Questa esigenza si è fatta ancora più evidente con la svalutazione effettiva del potere d’acquisto dei redditi da lavoro dipendente e da pensione dopo la conversione della lira nell’euro.
L'Euro è scudo indispensabile, ma è stato anche cartina di tornasole della debolezza italiana nel mondo.
La leva contrattuale non è un'anticaglia, anzi, può servire a dare dinamica ad un assetto sociale privo di mobilità, oggi soltanto intesa dal punto di vista individuale.
E' un errore ed un danno raffigurare la negoziazione sulle condizioni della prestazione d’opera come una sventura, fino a demonizzare lo sciopero. E' sbagliato pretendere una pace sociale indipendente dalla soluzione dei problemi, soprattutto se le ragioni di chi vive del proprio lavoro vengono negate.
E’ chiaro che l' ideologia liberista finisce per avallare soltanto la contrattazione individuale, già diffusa; lo schema del 22 gennaio, rigido e mortificante l’autonomia negoziale del sindacato, le spalanca ulteriormente le porte.
Non può bastare a noi discostarci un poco dalle cifre salariali imposte dall’IPCA, respingere la richiesta di costituire una bilateralità sostitutiva delle garanzie universali dello Stato Sociale e non nominare le deroghe, per poter pensare che il patto separato si sciolga come neve all’acqua.
La provocatoria traduzione di quell'accordo per il sistema pubblico da parte del ministro Brunetta è che, in assenza di rinnovo, scatta la elargizione unilaterale degli aumenti da parte delle amministrazioni.
L'importante sciopero del 13 febbraio 2009 di metalmeccanici e dipendenti pubblici ha segnato una prima immediata risposta, nella consapevolezza del peggioramento delle condizioni che andava consolidandosi.
Il continuo ricorso ad accordi separati ha confermato quell'andamento negativo: noto che nemmeno il “meno peggio” affiora quale criterio per giustificarli.

Noi vogliamo lavoro e lavoro buono.
Le sventure non vengono mai sole, è grave che la legislazione stia mano a mano riducendo il lavoro dipendente a merce, fingendo una parità che tra datore di lavoro e dipendente non esiste.
E' grave che il processo del lavoro venga distolto dal giudice ed affidato ad un negoziato tra parti assolutamente dispari ed un arbitrato che cancella l'articolo 18 dello Statuto.
E' la terzietà dello Stato, lo Stato garante di effettiva eguaglianza, che viene cancellato dalle norme di Sacconi; vengono meno le tutele che faticosamente sono state erette attorno al dipendente, che viene abbandonato al suo destino minore rispetto al datore di lavoro.
Per questa via la giusta causa viene eliminata dal quadro di vita presente nel lavoro.
L'esatto contrario di quel che è necessario per estirpare la mala pianta della sopraffazione e del sopruso.
Noi ci batteremo contro questa riforma e contro l’introduzione dell’arbitrato, va detto che il silenzio sulla questione dice male, ma ci siamo abituati e non ci scoraggiamo per questo.

Un’altra faccia dell'attuale difficile condizione sociale è la risposta, che viene spesso data a chi rivendica rispetto di diritti consolidati, che ogni cosa sociale costa troppo.
Il tessuto connettivo della società, per non finire “all'homo homini lupus”, è fatto di grandi sistemi: previdenziale, sanitario, scolastico e dagli ammortizzatori sociali.
Ebbene, vengono erosi nella loro consistenza, nella loro convenienza, nella loro utilità ai singoli ed alla collettività.
Per le pensioni, sono stati tagliati i coefficienti di rivalutazione dei contributi, la perdita di potere d’acquisto è costante nel tempo, tanto che quelle più vecchie si sono impoverite, permane l’indifferenza ai lavori usuranti, è stato deciso l’aumento obbligato dell'età pensionabile, ed è cominciato da quella delle donne nel pubblico, resta senza smentita l'idea generale che i giovani non potranno mai andare in pensione e se ci andranno ne avranno una misera, al di sotto delle attuali sociali.
Non si trova una misura che tenga conto della diversità della condizione degli immigrati che lasciano l’Italia prima della maturazione del diritto alla pensione.
Anche le pensioni, come i salari,hanno perduto valore nel passaggio dalla lira all'euro,
il meccanismo di perequazione automatica produce la perdita netta dell’uno per cento ogni anno e si configura ormai una vastissima situazione da pensioni di annata, anche per chi l'ha costruita con 35 o 40 anni di contribuzione.
Le pensioni di annata di un tempo furono combattute e superate negli anni ottanta da un movimento di lunga durata, largo e partecipato, che portò ad accordi e leggi di riparazione.
La protesta dei pensionati deve trasformarsi in una vertenza, caratterizzata da continuità ed estensione della mobilitazione contro questa svalutazione del reddito di oltre quindici milioni di donne e uomini.
Va data una prospettiva a persone obiettivamente povere, smettendo il vizio di considerare soltanto le minime, perché sono tutte basse, tranne una piccola minoranza fatta di grandi contribuenti o di privilegiati.
Questo è una dei metri di misura della nostra civiltà sociale. Il sistema va tenuto in equilibrio e socialmente sostenibile: vale a dire che il rendimento dei contributi non può essere abbassato in base al crollo del PIL.
Il sistema a capitalizzazione finta, introdotto con la riforma Dini, che aveva come base teorico-pratica un'incessante crescita del PIL, va sostituito da un meccanismo più aderente ad un'economia che non può crescere più di tanto. Questo implica innanzitutto un maggiore contributo da parte del bilancio dello Stato.

Lo stesso sistema sanitario ha bisogno di maggiori risorse per investimenti nelle strutture, nelle tecnologie, nella ricerca, nel pagamento delle prestazioni dei dipendenti e delle attività esternalizzate.
La programmazione sfugge ai Comuni, e le uniche previsioni di dominio pubblico hanno a che fare con la costruzione: da tempo mi chiedo se i dirigenti delle aziende ospedaliere devono intendersene più di cemento che di patologie.
L'apertura al mercato privato del sistema ospedaliero, pattuita con la Giunta regionale, ha spostato i costi, in modo crescente, sugli ammalati, senza creare maggiore efficienza: ormai si convive con tempi di attesa spesso micidiali, e, basta pagare, che tutto si appiana.
Risultano incredibilmente indiscutibili scelte come quelle dell'aziendalizzazione, del sistema di pagamento per prestazioni, quelle della libera professione intramuraria, che tante contraddizioni hanno portato con sé.
Un sistema occupato dalla politica, con dirigenti nominati, perciò privi di autonomia rispetto agli assessori o, come in Lombardia, al Presidente.
Le denunce circostanziate di accordi di potere lombardi attorno a questa funzione fondamentale dello Stato sono cadute nel vuoto, invece ricordano che è possibile un altro modello sanitario: non più centrato sugli ospedali, nel quale prevenzione e riabilitazione riacquistino pari dignità alla cura degli stati acuti, un sistema meglio sottoposto a controlli di efficienza e di legittimità sulle tante scelte di forte impatto finanziario ed occupazionale.
Domande che facciamo, che riguardano la libertà d'impresa, che dobbiamo saper fare meglio, con maggiore continuità, sostenendo il lavoro della categoria ed organizzando la domanda sociale inevasa in tante parti della provincia, a partire da una più attenta valutazione della relazione tra le malattie che vengono curate (troppi i tumori, si dice) e la vita che qui conduciamo, dentro e fuori il lavoro.

A proposito di prevenzione e di riabilitazione, non possiamo tacere della tragedia degli infortuni sul lavoro, delle tante malattie derivate dal lavoro: è una strage di operai, tante volte immigrati, che non si chiude, che non si riesce nemmeno a celare, ma si sottace. Sono troppi gli invalidi prodotti ogni giorno.
Molto dipende dalla frammentazione del sistema delle imprese, dalla impreparazione dei capi, soprattutto dentro i subappalti, dalla poca comunicazione ed informazione con i molti stranieri che svolgono le mansioni più pericolose. Molto è collegato ad attività in nero.
I nostri RLS sono in prima linea su questo fronte, la loro autonomia è sostenuta da un lavoro continuo di aggiornamento.
Ora, con la presidenza del Comitato provinciale dell’INAIL, confidiamo di riuscire a qualificare ulteriormente la nostra attenzione e capacità di proposta.
La contrattazione d’anticipo del sindacato degli edili sulle grandi opere, praticata dagli categoria degli edili, l’esperienza del cantiere della metropolitana leggera a Brescia, ci dicono di possibilità da utilizzare e di limiti da superare verso le nuove prove della ristrutturazione dell’Ospedale Civile e della BreBeMi, e, se mai decollerà, dell’autostrada di Valle Trompia.

I tagli pesantissimi imposti da Tremonti alla istruzione pubblica, minano la qualità del sistema di insegnamento e di apprendimento.
I tagli e le valutazioni astruse del Ministero, contro ogni logica decente, impoveriscono la stessa nostra Università statale.
Il rinvio della inaugurazione dell'anno accademico, che si farà soltanto il prossimo 8 marzo, significa in modo chiaro il profondo disagio patito fin dal massimo responsabile dell'Ateneo bresciano.
Le nostre proposte e le nostre richieste, costruite dalla RSU e dalla FLC, cercano di far fronte alla precarietà, alla compressione delle retribuzioni da troppo tempo senza sbocchi, se non a prezzo di slalom dentro una normativa centralistica e deprimente.
E' certo interessante il dibattito aperto da un gruppo di docenti sul futuro della Università, dentro il quale emerge il bisogno di un orizzonte almeno regionale.
La questione è di notevole importanza, oggettiva per la città e la provincia, lo è anche per noi, vorremmo lo fosse per tutte le istituzioni, in modo da sorreggere l'adeguamento dell'impegno, soprattutto verso la stessa ministra, per uscire dalle evidenti difficoltà.
I tagli sulla scuola comportano pesanti perdite di posti di lavoro, impedimenti alle sperimentazioni costi e disagi sempre più alti per le famiglie degli alunni e degli studenti, tanto che, ad esempio, come diceva il compagno Marciò nel suo intervento al congresso FIOM, a Nave bisogna portare da casa sapone e salvietta..
C'è un indirizzo generale al disinvestimento sulla istruzione, la riforma Gelmini taglia sul futuro, regredisce sul diritto allo studio, sul tanto decantato capitale umano: il contrario di quanto necessario.
Si determinano grandi occasioni di invasione da parte di privati ed ai ricchi di Lombardia arriva persino il buono scuola della Giunta per frequentare le private.

Con la crisi si diventa poveri molto più facilmente e le fragilità si creano con grande rapidità: i disoccupati si aggiungono ad anziani, a donne sole con figli, ad ammalati ed invalidi.
Abbiamo pensato alla creazione del Mutuo Soccorso per venire incontro, anche come sindacato, a questa crescente domanda, per non lasciare soli quanti precipitano nelle difficoltà. Ha un valore simbolico, non risolutivo dei problemi di queste persone, ma significa posizionare il sindacato un poco oltre i suoi confini tradizionali.
I nostri referenti, i delegati stanno lavorando con la Caritas della Diocesi di Brescia, le domande di sostegno per i pacchi alimentari, altre per il microcredito sono numerose; la nostra presentazione di queste domande va sorrette con la raccolta fondi che abbiamo il dovere di continuare ed allargare.
Un grazie alla Caritas che ha accolto la nostra richiesta, per la sensibilità sempre mostrata, ma molto chiaramente nella crisi, alle difficoltà dei lavoratori e, tra loro, dei migranti.

A Brescia la crisi mette in evidenza la debolezza di pezzi importanti dello Stato Sociale, sottoposto da un lato alla crescita della domanda di interventi, dall’altra al taglio, congeniale alla destra, della spesa sociale, innanzitutto di quella dei Comuni.
Indebitamento delle famiglie, insoluti, morosità sugli affitti, sulle bollette: questioni che arrivano ai delegati, ai capilega, al SUNIA, alla Federconsumatori,
La destra ha inaugurato la politica dei bonus, che rende il cittadino cliente in attesa di riscontro alle domande che deve presentare. Si crea l'attesa, che non prende il bonus stavolta, spera di prenderlo la prossima.
Bonus nazionali: social card, bonus famiglia, bonus elettricità. A questi si aggiungono quelli regionali: scuola, casa, ticket, familiari di degenti in case di riposo. A questi quelli comunali: bebè, anziani sopra e sotto i 75 anni. Incredibile quello per le vacanze. Domande su domande: importi scarsi, risorse limitate.
Invece di aumentare le pensioni, che vengono abbassate concretamente. Invece di affrontare alla radice il problema della indigenza, del costo della sanità, del costo dell’istruzione. Invece di garantire autonomia alle persone, le si vogliono asservire: è il familismo regressivo del Libro Bianco di Sacconi messo in pratica.
Ne abbiamo ragionato, ammaestrati dal consenso sullo storico “un milione a tutti i pensionati”; sappiamo che non va bene, ma non abbiamo organizzato una battaglia per un uso alternativo delle risorse in tal modo disperse, anzi, firmiamo anche bonus molto fasulli.
Siamo, al contrario, alle ordinanze di sospensione dalla mensa, dallo scuola bus, per i bimbi e le bimbe i cui genitori non pagano le rette, a delibere che escludono i residenti privi di cittadinanza italiana, o i residenti arrivati solo da quattro anni e undici mesi o da nove anni e undici mesi.

Gravi sono le difficoltà nella tutela dei dipendenti degli Enti Locali, che soffrono una politica che mortifica le autonomie locali ed impone sacrifici che poco hanno a che spartire con maggiore efficacia ed efficienza.
La contrattazione sociale praticata unitariamente dai Sindacati dei Pensionati garantisce un confronto sui Piani Sociali Locali e concorda interventi a favore delle famiglie in difficoltà, togliendole dalla richiesta del singolo vecchio o della singola vecchia povera all'assistente sociale, promuove politiche di socializzazione e conferisce importanza al settore servizi sociali dentro l'ambito dei poteri locali, spesso allargando lo sguardo oltre il pianeta anziani, chiede di organizzare servizi.
Quella bresciana è una delle esperienze più importanti a livello nazionale, che riesce a confermarsi anche con il cambio di segno politico delle Giunte, di solito da sinistra a destra; se ci chiediamo, in questo congresso, come arricchire questo lavoro, salvaguardandone lo specifico, significa che sul piano sociale c'è ancora molto lavoro scoperto per il sindacato.

Non si possono e non si devono sostituire garanzie universali con provvidenze corporative o aziendali con gli Enti Bilaterali, non si può tornare indietro agli anni sessanta con le mutue, discrete per le aziende ed i settori floridi, pessime per quelli più poveri.
Il carattere universalistico dei diritti fondamentali deve stare in capo alla democrazia, non al rapporto complice tra direzione aziendale e sindacati.
Le risorse necessarie ad erogare prestazioni non potranno che essere attinte dal monte salari.
Rimarco il rischio di gestioni privatistiche e clientelari, nelle quali i sindacati rischiano di rimanere invischiati, comunque lo stesso funzionamento burocratico si trasforma in un ulteriore peso obbligatorio per i lavoratori.
Le nostre battaglie per l'efficienza degli enti previdenziali ed assicurativi, a partire dai comitati di indirizzo e vigilanza, e dai comitati provinciali, sono destinate a perdere valore.
Il Sindacato confederale è cresciuto nella temperie degli anni sessanta e settanta per le grandi riforme, con gli scioperi e con un grande impegno partecipativo: dai delegati del patronato in fabbrica, ai comitati sanitari di zona, alle lotte per la sicurezza in fabbrica e nei cantieri.
Ora dovremmo svalutare la nostra autonomia dentro una vasta burocrazia, che si aggiunge a quella pubblica e ne mutua i difetti.
Se fosse possibile un film, succederebbe ai miei nipoti, se si potesse tornare nella colonia estiva dell'AIB di Cesenatico, come succedeva a me cinquanta anni fa, di invidiare i bambini della Edison e guardare, invece, con un po' di superiorità quelli dei muratori asserragliati nella Leone XIII.
Indietro non si torna, abbiamo scritto anche per il 4 aprile 2009 al Circo Massimo.

Ma avanti non siamo stati capaci di andare. Ci siamo fermati sul piano rivendicativo.
Abbiamo fatto un autunno denso di manifestazioni a Roma, per la libertà di stampa, contro l'omofobia, contro il razzismo, contro la crisi, ed a Milano con CISL, ACLI e ARCI per il lavoro, ma il quadro dei rapporti con il Governo e con Confindustria non è mutato.
Ora torniamo in piazza il 12 marzo, con un nuovo sciopero generale nazionale, 15 mesi dopo il dicembre 2008 e noi avevamo scioperato a Brescia il 20 novembre.
Quindici mesi: in mezzo la crisi e noi dentro.

Rilanciamo dopo due anni e mezzo quella che fu una piattaforma unitaria sul fisco, ma lo facciamo da soli.
Restituire il drenaggio fiscale, abbassare le tasse su dipendenti e pensionati è necessario anche per riportare le aliquote più vicine al criterio costituzionale della progressività delle imposte.
Va detto che c'è qualcosa della struttura economica e sociale italiana che sta alla base della enorme evasione delle tasse.
Ha a che fare con scelte che, nei decenni, hanno fatto crescere, in numero doppio rispetto al resto d’Europa, i lavoratori autonomi ed i professionisti. Ha a che fare con la protezione delle partite IVA, spesso lavoro dipendente camuffato.
Su questi finti lavoratori autonomi si intasca molto a dispetto di una scarsa protezione sociale, diversamente che per altri, i quali, in virtù della garanzia universalistica, anche dietro una contribuzione minore, godono della copertura dei grandi sistemi.
Ha a che vedere con il liberismo all’italiana: i costi a carico della collettività, i benefici privatizzati.
A quando una grande riforma economica e sociale che tolga dal bisogno di imbrogliare tutta la comunità per campare e godere di privilegi rispetto a dipendenti e pensionati?
E’ il socialismo dei ricchi che non funziona più, e che, se si protrae, porterà a rotture sociali pesanti.
E’ da decenni che giriamo nelle manifestazioni con il nostro striscione “l’evasione è un furto”, ma è tema rimosso.
Tanto che uno dei ministri più invisi nella storia, secondo forse soltanto a Quintino Sella, è Vincenzo Visco, non perché abbia reintrodotto la tassa sul macinato, ma perché aveva messo in atto la tracciabilità su alcuni flussi di denaro e rimosso dirigenti del Ministero troppo “liberali”.
Anche parte importante del sindacato italiano ha fatto buon viso al pessimo gioco dello scudo fiscale, dopo che si era promesso “mai più condoni”.
La criminalità economica ringrazia, e la sua distinzione da quella organizzata è sempre più labile.
Questo mentre giustamente denunciamo che il peso dell’equilibrio della finanza pubblica pesa esclusivamente su dipendenti e pensionati ed economicamente sulle imprese produttive. Anche qui l’esatto opposto di quel di cui l’Italia avrebbe bisogno.
E' insopportabile la predica sul debito pubblico, fatta da chi ci costringe a convivere con un allargamento di un’evasione già macroscopica e promette impunità anche per l'avvenire.
Più vicino alle mie preoccupazioni è il rischio che l'abbassamento delle tasse, anche se solo su dipendenti e pensionati, se non almeno pareggiato dall’aumento delle entrate a carico di altri ceti sociali, porta dritto alla macelleria sociale, un tempo invocata, oggi paventata dal Ministro dell’economia.
Non possiamo permettere che il programma fondamentale del liberismo si realizzi per un innesco da parte nostra.
Per questo lo sciopero generale si impone quale strumento di unificazione delle lotte e delle rivendicazioni, ma, lo diciamo da tempo, è indispensabile coerenza e continuità, perché è su di esse che si fonda la nostra credibilità.

Severità morale è quello di cui tutta l'Italia ha estremo bisogno.
In realtà abbiamo un quadro del potere pubblico nel quale la corruzione la fa sempre più da padrona, nel quale il postribolo dei potenti sembra fare parte dell’esercizio del potere pubblico, nel quale il rinvio a giudizio è titolo di merito, la condanna da parte dei Tribunali accresce l'onore.
Un quadro di prepotenza e di sopraffazione, di svilimento della donna nell’immaginario collettivo, di ricatti e di violenza verso gli avversari.
E’ il valore della democrazia, del rispetto delle regole, che viene sbeffeggiato ogni giorno di più.
Troppi non sono nemmeno capaci di trattenersi, troppi usano come proprietari il denaro pubblico.
Cosa possono pensare le decine di migliaia di lavoratori e pensionati ridotti alla miseria, di fronte alla sfacciataggine del lusso esibito? In chi non ce la fa si alimenta un senso di vergogna e di sconfitta.
L’invidia che troppi hanno avuto deve potersi mutare in rivolta morale, e la CGIL deve investire in questo senso la moralità della sua storia, degli uomini e delle donne che l'hanno fatta e la fanno grande organizzazione democratica di massa.
Dobbiamo impedire che la legge sulle intercettazioni ed il bavaglio alla stampa entrino in vigore, perché altrimenti non si saprà più nulla dei potenti e dovremo sintonizzarci su Radio Londra per sapere quel che accade in Italia e ci rimarrà Minzolini, che neanche le Izvestia.
Da qui il nostro appoggio, alle iniziative dei magistrati contro l’impunità dei più potenti, contro il disastro del processo breve che lascia senza giustizia le vittime: decisioni volute da quanti hanno lucrato sull’allarmismo sulla sicurezza, e sulla amnistia del precedente governo.
Che c’entra questo con il lavoro?
C’entra con la libertà di stampa, di nuovo in pericolo per i tagli alle cooperative dei giornalisti, c’entra con il silenzio che si fa calare persino sulle dichiarazioni del governatore della Banca d’Italia sulla gravità della crisi occupazionale, c’entra con il sopportare la fatica della vita di ogni giorno, mentre imperversa l’insulto alla povertà, l’insulto alla femminilità, l’insulto della mancanza di rigore da parte di chi dovrebbe essere simbolo della correttezza.
Il lassismo morale delle classi dirigenti non impedisce, anzi motiva una svolta autoritaria: lo dimostra lo svilimento del ruolo del Parlamento, che, in un anno e mezzo, non è stato messo in grado di discutere della crisi, e che funziona soltanto come luogo di convalida, con il voto di fiducia, delle decisioni del Governo; quando questi non decide di trasferire poteri pesanti fuori dal controllo delle assemblee elettive.
Non è stato un gesto autoritario e violento rispondere alla nostra manifestazione del 4 aprile al Circo Massimo, chiusa chiedendo, secondo me soltanto, ma un tavolo di confronto sulla crisi, che lui, il Presidente del Consiglio, il tavolo ce lo dava in testa?
Noi che siamo parte di quanti vivono soltanto del proprio lavoro dobbiamo far valere l’onestà e la sobrietà quali segni dovuti da chi ha un ruolo pubblico e non dobbiamo chinare la schiena di fronte alla violenza verbale, soprattutto se viene da chi, vincendo le elezioni, esercita il potere.
Questo perché abbiamo il dovere di costruire il futuro.

Il futuro di Brescia deve essere visto da sotto, non dalla magnificenza di nuovi edifici che vengono presentati o criticati sopra gli organi di informazione, secondo lo stile politico in vigore.
Maggioranza e minoranza si osteggiano, e questo è doveroso, succede che a volte si dimentichino nel confrontarsi che di mezzo ci sono quasi duecentomila persone residenti e quasi quattrocentomila viventi e lavoranti e sofferenti e in crescita o in discesa.
Sarebbe bene coinvolgerli di più e meglio: anche qui c’è una gerarchia sociale strutturata, bloccata, con i suoi ultimi e le sue ultime, difficili da trattare, ma con cui bisogna stare in sintonia; per risolvere problemi difficili è meglio evitare scorciatoie.
Delle tante frasi efficaci che il Sindaco ha usato una soltanto mi ha allarmato per il suo carattere programmatico, la volta che affermò che “Brescia deve ricominciare a correre”.
Forse perché in bresciano “te fo corer” ha significato minaccioso, e perché tutti i balzi in avanti hanno comportato costi sociali tremendi: da quelli dei piani quinquennali dell'URSS, a quelli della Cina di Mao a quelli del Regno Unito della Thatcher e degli USA di Reagan e di Bush junior.
E' ammesso essere cocciuti, come dice di sé il Sindaco, ma questo tratto del carattere non contraddice il bisogno di riflessione prima di decidere ed il bisogno di condivisione degli sforzi, insieme al normale approfondimento di osservazioni e critiche.
Partiamo dagli ultimi: gli ultimi sono i sinti, italiani da secoli, costretti ad andarsene da Brescia; sono gli abitanti della Torre Cimabue che sono nel disagio e ci rimarranno e che potrebbero trovare alternative al futuro abbattimento della loro casa; sono i troppi sfrattati; sono le ragazze straniere che vogliono libertà e faticano a trovarla; sono gli immigrati che perdono il lavoro e le cui fatiche vanno in frantumi; sono i nostri anziani ed anziane che fanno fatica a mettere insieme il pasto con la cena, troppo spesso soli perché abbandonati; sono i poveri difficilmente riconoscibili.
Ma quanto pessimismo! Ma è soltanto dalla fatica presente nel mondo, anche nel nostro piccolo mondo, che si può muovere per cambiare in meglio per tutti.
Un sindacato che non difende gli ultimi non sa difendere nemmeno i penultimi, si riduce a corte corporativa congeniale al disordine sociale imperante, oppure a inutile consulente o tirapiedi del potente di turno.
Siamo convinti che, gentilezza ed educazione a parte, perché sempre dovute, i nostri interlocutori non abbiano bisogno di compiacenze, ma di un confronto nel quale noi siamo in grado di presentare pareri e richieste motivate, e di parte: quella dei dipendenti e dei pensionati, nella promozione dell'interesse generale.
Forze positive, disponibili all’opera della solidarietà e della giustizia, ce ne sono tante: vanno coinvolte in uno sforzo comune in cui vogliamo continuare ad essere.
Per questo insistiamo sul metodo della partecipazione democratica nel governo della cosa pubblica e sulla dialettica positiva tra le parti dentro le aziende.

Questo vale per la formazione dei piani di gestione del territorio nel capoluogo ed in ogni Comune.
La priorità che li deve unificare è quella della sostenibilità ambientale e sociale.
Pensiamo decisivo il criterio della reindustrializzazione della città, insieme a quello del riuso dell’edificato per porre fine al saccheggio di un bene difficilmente recuperabile quale è il territorio.
Il diritto alla abitazione reclama interventi concreti che allarghino la proprietà pubblica, l’unica che consenta coesione sociale e mobilità territoriale e contenimento della rendita urbana e degli stessi affitti.
Tutto questo invoca coordinamento tra le Amministrazioni in un’area congestionata, dall’aria inquinata, dall’acqua saccheggiata o inquinata: lo deve fare l'Amministrazione Provinciale.
L’idea di crescita infinita trova qui ostacoli nella sostenibilità
Si ripropone in chiave nuova la grande vecchia idea della programmazione, che in urbanistica continua a portare il nome di pianificazione.
Antonio Giolitti, recentemente scomparso, e Ugo La Malfa, dal governo, Napolitano e Barca dalla opposizione, all'epoca del primo centro-sinistra, si misurarono con il nuovo capitalismo, con la Congiuntura, la prima crisi dopo il boom, con i deficit della struttura dello Stato e dell'economia italiani.
Resta senza spiegazione il perché ora, mentre ogni azienda programma ogni sua scelta nel medio e lungo termine, invece lo Stato italiano non lo fa.
Eppure è questo il tempo delle scelte strategiche: per l'agricoltura, per l'industria, per il terziario avanzato e no, per i servizi alla persona ed alle imprese, per le città.
Lo stato dell'arte mi si è svelato ad una tavola rotonda sull’ambiente, animata da GB Lanzani: il rappresentante degli industriali confermava la loro intenzione programmatica per il nucleare, quello dei grandi agricoltori per gli OGM.
Anche per loro il problema è che i desideri oggi di scontrano duramente con un mondo finito: non c’è più posto per danni all’ambiente, vanno ricercate altre vie per lo stesso arricchimento.
Se il Sindaco propone la cittadella dello sport nella zona delle cave di San Polo non ci trova del tutto contrari, anche se la nostra proposta è quella di impianti di impatto soffice per sport praticato, non guardato: sappiamo che non renderà compensazione ai desideri dei cavatori.
La sua scelta è incompatibile con il sotterramento dell’amianto, che può essere smaltito in modi più moderni e meno terribili. Comunque in una pattumiera non si respira bene.
Lo scambio tra edificazione ed aree da acquisire al pubblico non può portare a compromettere equilibri già precari: si costruisca dove già è stato edificato, non su aree verdi.
E' il caso di combattere con, nel senso di contro, il Ministro della Difesa per il recupero senza oneri per la città delle aree e dei volumi delle antiche caserme, una grande risorsa che tornerebbe molto utile nella pianificazione di uno sviluppo urbano, al recupero del centro storico, ordinato: una sfida politica che, sbagliando, non si vuole vedere.
“Meglio meno, ma meglio”: ritorna un titolo dei classici dei nostri studi di gioventù, a tutt’altro proposito rispetto all'originale, ma a proposito del disastro che sia gli inverni che le estati ci mostrano nella camera a gas della pianura, di quella megalopoli che, negli ultimi venti anni, sospinta dalla speculazione, siamo stati capaci di veder crescere senza reagire.
Sulle nostre idee sul futuro della città le nostre proposte, già discusse, verranno affinate e nuovamente confrontate con chi deve decidere: serve molta forza democratica per far prevalere il bene comune, del quale nessuno è padrone, per questo va ricercato con cura.

Il nostro rapporto con CISL e UIL non è dei più facili di questi tempi.
Il recente congresso UIL si è svolto nei giorni più duri della vertenza della Rothe Erde di Visano.
Oggi Zanelli non c’è, è al congresso nazionale della sua Confederazione, ricordo soltanto che dopo la sua relazione dissi che, se fossi stato un cinese dei tempi di Mao, me ne sarei andato causa gli apprezzamenti tutti negativi fatti sulla CGIL, bresciana in particolare.
Ripeto che, delle caratteristiche di cui la sua organizzazione va fiera, quella dell’autonomia è una di quelle che più ci hanno interrogato nella storia, e che oggi essa va rivissuta in rapporto, oltre che con la politica, con le controparti datoriali, se si vuole rispondere bene alla domanda di rappresentanza che ci viene rivolta.
La CISL bresciana insiste, ogni tanto, sulla anomalia della nostra Camera del Lavoro e sulla sua incorreggibilità.
Intanto rivendico per noi la chiarezza delle posizioni, non la pretesa della loro assoluta giustezza.
Quel che si può fare di meglio è ragionare sulle differenze ed anche sulle divisioni, analizzarne le ragioni.
Per parte nostra tendiamo a mettere la sordina sulle distanze per poter recuperare l’impegno unitario, la cosiddetta unità d’azione (faccio notare che qui il linguaggio è ancora quello della Terza Internazionale a proposito della lotta contro il nazismo ed il fascismo); invece, forse, è bene analizzare più a fondo i problemi.
Io non addebito alla segreteria Zaltieri le scelte compiute da Bonanni, mentre so che Zaltieri pensa che Epifani, rispetto a noi, almeno sbaglia di meno.
La frattura non è episodica, riguarda elementi fondamentali del nostro mestiere, ed è in contraddizione con l'esigenza di lavorare insieme.
Sulle questioni di fondo nessuno è disposto a transigere, nulla vieta che se ne possa discutere, a partire dai risultati delle scelte contrastanti.
Di fronte al nodo dei licenziamenti non risulta facile una sintesi unitaria, se non si rileggono esperienze traumatiche come la Bialetti.
Sul piano della difesa dei diritti dei migranti, pur con impostazioni che hanno differenze, avevamo ripreso a muoverci insieme dentro il movimento di solidarietà, ma, rispetto al “giorno senza di noi” di ieri, sono tornate distinzioni pesanti e anatemi dolorosi.
Sulla idea del “fare sistema a Brescia”, penso che una dialettica ed un confronto aperto con le associazioni di impresa da un lato e con le istituzioni dall’altro possano togliere campo al pericolo della inutilità e del pasticcio clientelare e corporativo.
Importante è che ci impadroniamo della conoscenza di quel che la Regione muove dalle nostre parti, se vogliamo fare bene: terreno vergine.
Potremmo lavorare ad una proposta-piattaforma da sottoporre al vaglio di una larga discussione, prima di tutto con i delegati: su politiche per la salvaguardia dei posti di lavoro, sulla ricollocazione di chi cerca lavoro, su nuovi investimenti, sulla sicurezza nel lavoro, sulle opere pubbliche e sulle infrastrutture, sulla formazione, sul sistema scolastico ed universitario, sul sistema sanitario ed assistenziale, sulle politiche della casa.
Certo, non possiamo impiegarci due mesi per poter convocare una riunione di un settore, come ci accade: il che sta a dite che, dietro le parole, la comprensione dell'utilità dell’unità per affrontare con forza maggiore i problemi è assai scarsa.
E non va giocata in una sola volta, in una fantomatica occasione X, ma in diverse occasioni di confronto che dovremmo saper ottenere, ricostruendo la necessità della discussione con noi.
La via per tornare, oggi, con qualche speranza, a ragionare di unità, se non si mettono i desideri davanti ai fatti, è quello della democrazia sindacale.
Piattaforme ed accordi vanno votati dai lavoratori e dalle lavoratrici interessati.
Riguarda tutti, perché anche da noi categorie nazionali inventano percorsi che aggirano l'ostacolo: il voto segreto deve diventare prassi normale.
La rappresentatività va certificata: gli iscritti e le iscritte se calano, calano, i voti raccolti per le RSU devono essere certi: per mettere fine all’arbitrio, e bloccare i contratti di comodo. E’ un modo di reincarnare lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori.
So che altri non condividono, ma resta il fatto che, senza legge, dispersione della rappresentanza ed arbitrio stanno prendendo piede ogni giorno di più.
Occorre ripartire non dalle situazioni tiepide, ma da quelle che scottano: dalla frattura determinata dall'accordo separato nel contratto dei metalmeccanici, che non è un'eccezione, ma la regola del sistema di regole.
Le sfide avvengono dove avvengono; faccio umilmente notare, come direbbe il buon soldato Sc'veik, che preferirei che la CGIL venisse messa alla prova, non sul piano di adattamento alle scelte di Governi ed imprese, ma, invece, sui cambiamenti necessari e possibili per realizzare assetti sociali, economici e culturali non regressivi per quanti e quante rappresentiamo.
Ed alle sollecitazioni a confrontarci ed a parlarci di più, che ho sentito in qualche congresso di categoria, confermo la nostra disponibilità ed interesse, ricordando che la grande stagione unitaria bresciana fu possibile non perché qui si ubbidisse, ma, al contrario, perché si era in grado di dissentire, e non su cose secondarie, da Storti e da Novella, non perché si mediavano le differenze tra confederazioni, ma perché si superavano con coraggio.

Dobbiamo rivedere la nostra organizzazione.
Viviamo la centralità del rapporto con i lavoratori, le lavoratrici, i pensionati, le pensionate: stiamo bene quando stiamo stretti a loro, quando, insieme, affrontiamo i problemi.
Di fronte alla frammentazione del sistema produttivo e dei servizi pubblici e privati abbiamo bisogno di mezzi e di più larghe disponibilità umane per fare fronte al nuovo. Vanno smagriti i livelli di direzione a noi sovraordinati, ben oltre gli accenni della Conferenza di organizzazione.
Dobbiamo risposte positive alle continue sollecitazioni ad ampliare la rete di consulenza ed assistenza individuale, dalle quali ricavare occasioni di intervento sindacale, per modificare la condizione reale nei luoghi di lavoro ed affrontare i problemi sociali.
Come facciamo a lavorare senza conoscere e discutere le trasformazioni che Regione, Provincia ed Enti Locali decidono in rapida successione nel governo del territorio, della sanità, dei servizi e delle loro tariffe, dei diritti? Non per nulla, quando si dice di un incarico conferito a qualche funzionario, si dice “segue”.
Anche le positive relazioni gli studenti universitari vanno consolidate sul piano della presenza e delle rivendicazioni.
Si impone l'obbligo di offrire spazio a giovani lavoratori e lavoratrici, con percorsi di incontro e formativi che li coinvolgano, di cui siano protagonisti. A questo compito, forse decisivo per un effettivo rinnovamento, abbiamo aperto un ragionamento con la Fondazione Piccini, con Carlo Simoni, con il nostro Archivio, con l’Officina della Memoria, con l’Università, con altri che si mettono a disposizione, per avviare un nuovo progetto.
Dovremmo imparare ad usare meglio le occasioni di apertura culturale, che anche noi promuoviamo, come il Treno per Auschwitz con CISL e UIL, creato qui e copiato dal Regionale, con una mancanza di riconoscimento per chi l'ha inventato, vale a dire Lorena Pasquini, che ci pesa.
Con la Fondazione Piccini il lavoro dell'Osservatorio mondiale sulla crisi si incentrerà sul sindacato europeo, tema che incontriamo concretamente nelle vertenze per ristrutturazione nelle aziende multinazionali.
Quello delle relazioni con aziende multinazionali è nodo strategico che è bene il Congresso affronti, per tracciare percorsi che superino le attuali enormi difficoltà, che affidano alla sola capacità di lotta nella fabbrica le sorti delle crisi, mentre è evidente che la presenza in Italia di grandi fabbriche di grandi gruppi è la sola via per evitare l'emarginazione del nostro sistema produttivo.
Un grazie a Don Renato Piccini che continua a seguire questa opera di fusione del nostro lavoro nell’impegno civile e morale, come ha dimostrato il seminario da lui curato sulla Teologia della Liberazione lo scorso anno.
C'è bisogno di scambi, di dialettica, di sollecitazioni e di critiche per migliorare i nostri legami con la realtà sociale e con i centri di iniziativa culturale della città e dei paesi.
Non si deve mai ridurre tutto ad uno: ce lo insegna tutta la parte positiva della nostra storia.
La Confederalità è titolo che io traduco in unità della CGIL, delle sue categorie, attorno ad un impegno generale per cambiare l’assetto sociale ingiusto che si è formato nel corso del tempo dentro il processo di mondializzazione dell’economia e di rottura degli equilibri formatisi con la seconda guerra mondiale.
L’unità si costruisce riconoscendo i diversi punti di vista, dando ad essi spazio per vivere, per sperimentarsi, vale a dire che si fonda sul pluralismo in ogni ambito.
E' così che abbiamo lavorato qui, questo ha portato ad un clima positivo ed unitario, che abbiamo difeso, pur con qualche problema, anche nel confronto congressuale.
A volte mi sembra che siamo un mondo a parte, ma a me questo non dispiace eccessivamente, se consente di aderire bene alle contraddizioni della nostra realtà sociale e culturale, anche se questo comporta il rischio di essere poco ascoltati, perché conformi.
Si tratta di condividere le difficoltà, di sostenere chi è più esposto, di rifuggire l’appiattimento burocratico, la cura del proprio orticello di consenso, ponendo al centro la consapevolezza dei nostri limiti e difetti.
Ognuno di noi ha bisogno di rassicurazioni, ma il nostro lavoro pretende la nostra presenza ai crocevia della storia e delle sue contraddizioni, delle sue trasformazioni.
Da qui una permanente condizione di dubbio, di ricerca, di rischio, di scelta.
I crocevia attuali sono la globalizzazione, l’invecchiamento della popolazione, la femminilizzazione della società, l’immigrazione straniera in Europa occidentale, la svalorizzazione del lavoro e la sua precarizzazione, i cambiamenti radicali connessi alla crisi.
Dobbiamo confrontarci ed essere riferimento per quanti vivono dentro questi fenomeni , perché è lì il nuovo e da lì uscirà la nuova struttura sociale che sostituirà quella nella quale siamo vissuti fino al 2008.
La stessa CGIL dovrà cambiare, se non vuole deperire ad istituzione tra le corporazioni, cosa, oltretutto per noi impossibile, perché privi del sostegno di chi regge le sorti dello Stato e della spesa pubblica.
I dati del tesseramento 2009 ci dicono delle trasformazioni oggettive della nostra base sociale, suggeriscono rapidi adeguamenti: il contrario della nostra storica prudenza, a metterla in positivo.
Questa CGIL, che si vuole autonoma, democratica, unita può sfruttare questo congresso guardando fuori e vedendosi dentro.
L'autonomia è valore qui praticato con cura, ormai nessuno vive l'impegno sindacale come inferiore a quello di un partito o di un gruppo politico, i nostri impegni derivano dalle scelte compiute nelle sedi democratiche ai vari livelli della Confederazione.
Da questa acquisizione, storica per la nostra Camera del Lavoro, non potremo che andare avanti, nel rispetto di tutte le norme di incompatibilità tra incarichi sindacali e cariche istituzionali e di forza politica.
Nella massima disponibilità all'incontro ed al confronto con ogni forza politica democratica, la tranquillità ci può venire solo sulla base della nostra totale autonomia.
Non sono ragionamenti metastorici: una grande organizzazione è sempre oggetto di attenzione, i suoi percorsi vanno custoditi con cura, anche a motivo della pluralità di orientamenti individuali presenti ad ogni livello.
Si nota che non è così dappertutto.
Identico metodo, come sopra, nelle relazioni con i datori di lavoro e con le loro associazioni e con i rappresentanti delle istituzioni.
Sappiamo batterci contro chi nega le nostre ragioni, contro chi cerca di isolarci, ma questo significa per noi saper riconoscere il valore delle presenze, delle proposte, delle esperienze, della generosità degli altri.
Ricordo per tutte il “non rassegnatevi” del Vescovo Monari in visita agli operai in occupazione dell'Ideal Standard. Significa saperle apprezzare e farle nostre.
Così è con gli altri, così deve essere tra di noi.

Due anni e mezzo fa ho avuto l’incarico di dirigere questa grande struttura.
Ho fatto le mie fatiche, un qualche risultato è venuto, soprattutto quando ce l'abbiamo messa tutta, e tutti e tutte insieme.
Un suggerimento perché il nostro impegno quotidiano non si sperda con il passare del tempo: sarebbe giusto che ogni sindacalista ed ogni delegato tenesse un suo diario, lo scriva a modo suo, ma rammenti quel che gli accade di fare, di vedere, di ascoltare.
L'autorevolezza di una causa dipende dalle esperienze vissute ed elaborate da chi ci crede e dà intelligenza e volontà per renderla concreta e se queste vengono conosciute dai vicini e dai lontani.

Non ci piace l’acquiescenza ai potenti, diamo e chiediamo rispetto, ma il motivo per il quale venni alla CGIL e che regge l'impegno di ogni giorno è che voglio che la fatica dell’uomo e della donna che lavorano, la loro dignità tornino ad essere riconosciute come valori fondanti della città, della società, della democrazia, dello Stato.
Parlo per me sapendo di poter parlare per ognuno ed ognuna di voi qui.
Le ragioni del lavoro potranno essere riconosciute, se sapremo continuare a farci contagiare dalla forza e dalla dignità che hanno animato e animano le lotte, dei mesi scorsi ed ancora di oggi, per la difesa della fabbrica e del posto di lavoro, che sono la punta esposta dell'impegno contro ingiustizie e soprusi.
Forza e dignità impersonate.
Ricordo i delegati della cooperativa del servizio postale all'aeroporto di Montichiari.
Con loro lavoratori e lavoratrici, delegati e delegate della Veros, della Meras, della Modine, della Casa di Riposo Pasotti Cottinelli, della Pagani.
Se siamo qui, con grande passione, è per la faccia, la voce, il sorriso ed il pianto che ho incontrato tante volte negli anni, ma in questi mesi alla Citman, alla GS, alla Ideal Standard, alla Cometal, alla AB Plast, alla MAC, alla Rothe Erde, alla Federal Mogul.
E la storia continua.
Quella della nostra Camera del Lavoro può migliorare, perché possiamo affidarla in mani nuove, sicure perché fatte della cultura operaia, della fabbrica e della nostra provincia, ben sperimentate della direzione di strutture e di organizzazione, mostrando il loro valore dentro le iniziative con gli immigrati e nelle lotte per la difesa dei posti di lavoro.
C'è una chiara esigenza di rinnovamento, di passaggio di mano dalle generazioni che si sono affacciate alle responsabilità fin dai primi anni settanta e quelle che si sono formate nelle trasformazioni più recenti.
Siamo in grado di far valere disinteresse personale e passione politica per lavoratori e lavoratrici, pensionate e pensionati, e in chi cede il passo e in chi assume sulle proprie spalle l'onere della direzione di questa importante organizzazione democratica di massa, originale nella situazione bresciana e nel panorama stesso della Confederazione.
Grazie per la pazienza e l'esortazione è a lavorare bene.

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