sabato 12 novembre 2011

Susanna Camusso: «Patrimoniale subito: così riparte la crescita» - Oreste Pivetta su L'Unità

Susanna Camusso, segretario della Cgil, era in Puglia ieri. Ha incontrato i lavoratori della Teleperformance, un call center che minaccia di lasciare a casa quasi ottocento dipendenti (la cassa integrazione scade a dicembre), tra le sedi di Taranto e di Roma... Sembrava il call center il futuro per migliaia di giovani, la crisi ha rivelato la fragilità di un settore senza troppe regole, cresciuto in disordine, dimenticato daungoverno che di politica industriale non si è mai troppo occupato, malgrado tutto gli crollasse attorno.
Segretario, in un giorno molto particolare, di preoccupazione e d‘attesa, tra la caduta di Berlusconi e la nascita, s’immagina rapida, di un nuovo esecutivo, che cosapuòaverle detto quell’incontro in “fabbrica”, tra tanti lavoratori, per lo più giovani?
«Credo che quell’assemblea abbia in fondo raccontato il Paese, il suo stato d’animo. Solo ricordare che finalmente ci si è liberati da questo governo suscita consenso. Nessuno tra quei lavoratori ignora che in questi anni non s’è fatta politica industriale, non s’è fatta politica del lavoro, s’è cercato in ogni modo di mandareall’aria regole e diritti. Ovvio che si viva questa fine come unaliberazione.Ma l’ansia per il futuro è di tutti e tutti chiedono qualche certezza e qualche impegno. Vorrebbero non sentirsi abbandonati a se stessi».
Un obiettivo è stato raggiunto. Lei ha più volte chiesto che il passo successivo alla cadutadi Berlusconi fossero le elezioni. Probabilmente non sarà così. Continua a pensare che si dovrebbe andare alle urne?
«L’esito naturale alla fine di una maggioranza è quello elettorale. Lo dico pensando alla distruzione della politica a cui abbiamo assistito, al trionfo dell’antipolitica, del qualunquismo, al crescere della sfiducia nella politica e nei politici, ridotti ormai nel sentirecomunea casta di privilegiati. Per questo, per invertire la rotta, di fronte al tramonto di uno schieramento, credo che si dovrebbe restituire la parola, la responsabilità, la possibilità di scelta agli elettori. Capisco anche che non si possa infliggere a questo paese altri giorni di
Berlusconi, perché ogni giorno in più di Berlusconi ci costa e abbiamo bisogno in una stagione d’emergenza di qualcuno che sia presentabile, di un governo di garanzia che sia credibile e restituisca credibilità al paese, per evitarci altri guai, altri danni».
Per evitarci altri danni si continua a ripetereche il riferimento è la lettera dell’Unione europea. Voi avete sempre sostenuto che in quella lettera ci stanno indicazioni, che non possono rappresentare un diktat. Continuate a crederlo?
«Non è la Bibbia la lettera. Qualsiasi governo autorevole si sarebbe presentato all’Europa per discutere. Ma il governo di Berlusconi, che fino all’ultimo ha fatto sapere di non credere nell’Europa, che cosa avrebbe potuto spendere in una discussione, in una trattativa? Un governo, autorevole appunto, già di fronte alle esitazioni della Merkel negli aiuti alla Grecia, avrebbe fatto sentire la propria voce. Invece niente, né prima né dopo».
Non crede che il professor Monti, l’ormai senatore Monti, stimato, apprezzato, europeista convinto, con alle spalle un’importante esperienza europea, sia la persona giusta per contrattare con Bruxelles?
«Intanto ricordiamoci che non esiste un governo Monti. Per rispetto, ora possiamo solo tacere. Quando Monti sarà effettivamente e formalmente incaricato dal Presidente della Repubblica allora potremo esprimerci. Chiunque diventi il capo del governo, dovrà comunque riprendere in mano quella lettera, che non indica la ricetta giusta e neppure l’unica ricetta per risollevare il paese.Che si debbano rimettere i conti in ordine lo vedono tutti. Che siano necessarie forti riforme strutturali è chiaro. La proposta della Ue è però nel solco delle politiche che hanno poi generato questa sofferenza. Bisognerebbe uscirne, per ridare slancio alla crescita ».
Tra le misure necessarie lei ha sempre posto in primo piano qualcosa che crei equità fiscale. Non dovrebbe passare di lì, dall’equità fiscale e quindi dalla lotta all’evasione, un’autentica rivoluzione che potrebbe restituire coesione, forza, speranza a questo paese?
«Quante volte abbiamo detto che si sarebbe dovuto ricostruire un patto di cittadinanza, perché un paese che deve rinascere deve darsi e deve saper rispettare un patto di cittadinanza. E su che cosa si regge il patto di cittadinanza, cioè la corretta relazione tra cittadini e Stato, se non sul principio che bisogna dare per avere e bisogna dare in rapporto alle proprie fortune? In questi anni s’è esaltato il contrario, si sono promossi i furbi, gli evasori, si sono alzate le tasse ai soliti e per gli altri si sono varati i condoni. Un cambio si realizza così: tassando conequità i redditi e tassando le ricchezze. Il primo passo è la patrimoniale. Serve riequilibrare, serve una decisa lotta all’evasione, serve ridistribuire. Non è solo questione di giustizia: così si recuperano risorse per la crescita, così si restituisce qualcosa ai redditi fissi più colpiti, alle pensioni, consentendo una ripresa dei consumi e quindi della produzione, così si può aiutare l’impresa che investe».
Per il 3 dicembre da tempo la Cgil aveva programmato una grande mobilitazione. Il 3 dicembre resta un appuntamento per migliaia di lavoratori. Che cosa direte al prossimo probabile governo?
«Lavoro. Questo sarà il titolo della nostra manifestazione. In piazza San Giovanni ripeteremo, anche al nuovo governo, che bisogna cambiare strada, che bisogna rimettere al centro il lavoro, che non ci sarà ripresa se non si mette al centro il lavoro.E rimettere al centro il lavoro significa cancellare quanto il governo passato ha voluto contro il lavoro, occorre restituire diritti ai lavoratori, occorre ridisegnare una legislazione che ha costruito quarantasei forme di ingresso al lavoro, moltiplicando il precariato, consentendounmercato del lavoro selvaggio. La precarizzazione lascia senza futuro i nostri giovani. Senza dimenticare quanti il lavoro lo hannogià perso o lo stanno perdendo. Non si pensi ai licenziamenti facili…».
Il cambiamento politico rimetterà il segnopositivo ai rapporti tra i sindacati?
«Intanto è caduto il governo che si è presentato conun disegno esplicito di smantellare l’unità sindacale. Intanto non ci sarà più quel ministro che si è adoperato con dedizione per raggiungere quel traguardo, attraverso accordi separati, incontri separati, eccetera eccetera. La storia alle spalle è lunga,mapassi avanti sono già all’attivo. Voglio aggiungere che dal nuovo governo ci attendiamo atteggiamenti diversi, a partire dalla considerazione che il sindacato insieme con le altre forze sociali è uno dei soggetti con in quali è indispensabile il confronto, se si vuole pensare a unprogetto condiviso e forte per l’avvenire e non solo per l’emergenza».

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