mercoledì 5 settembre 2012

Incontro con il Vescovo di Brescia Mons. Luciano Monari: Intervento di Damiano Galletti

Questo incontro è un avvenimento di importanza storica per la realtà bresciana: è la prima volta nei suoi cento e venti anni di vita che la Camera del Lavoro riceve la visita del Vescovo della Diocesi. Ringraziamo monsignor Luciano Monari per aver accolto il nostro invito ad incontrare nella nostra sede le delegati ed i delegati dei luoghi di lavoro, le pensionate e i pensionati insieme alle dirigenti ed ai dirigenti dei sindacati di categoria. 
Gli abbiamo chiesto di venire qui dopo averlo incontrato nelle sue visite ai lavoratori di fabbriche in crisi, come all’Ideal Standard ed alla Cartiera di Toscolano, dove abbiamo apprezzato il suo invito alla non rassegnazione, insieme al suo impegno per sollecitare risposte positive alla domanda di lavoro e di solidarietà che quelle realtà storiche, e fortemente simboliche per il movimento operaio bresciano, presentavano. Monsignor Luciano non ha lasciato cadere quelle domande, e per noi e per quei lavoratori è stato un fatto molto rilevante. Se l’attuale Ministra del Lavoro afferma che va riscattata la dignità degli operai, sarà certo per sensi di colpa maturati nel breve periodo del suo esercizio, ma dice anche di un percorso storico di occultamento della grave situazione dei lavoratori dipendenti, del silenzio di tanta politica sulle questioni sociali, della solitudine di chi perde il posto di lavoro, di chi non lo trova e di chi ha un lavoro povero. 
Mostra anche, e non è la prima volta, presunzione: ai lavoratori ed alle lavoratrici la dignità non manca mai, è la legislazione che può comprimerla, sono le scelte aziendali, o sindacali, che possono misconoscerla. Capita spesso che questo stato di cose si traduca in solitudine della nostra stessa, pur forte, organizzazione sindacale: per questo l’attenzione alla condizione operaia da parte del Vescovo è uno stimolo di cui abbiamo fatto tesoro. Fin dalla sua fondazione, per lungo tempo la Camera del
Lavoro è stata il luogo degli anticlericali mentre le associazioni emanate dalla Chiesa erano quello degli antisocialisti e poi anticomunisti. Per decenni, ci siamo reciprocamente definiti per contrapposizione, nonostante la contaminazione sia cominciata da subito: si copiavano le forme organizzative, si vestivano in modo diverso le stesse festività, a cominciare da quella del Primo Maggio.
È sempre stata aperta, e ancora lo è, la gara di emulazione a chi è più solerte verso il lavoratore o il pensionato. Il mondo, però, è più complicato delle righe messe dai capi e tante microstorie raccontano di nostri capilega dei braccianti scomunicati che andavano in chiesa nel paese vicino, di funerali di nostri dirigenti in parrocchia, di tanti uomini e donne praticanti che erano e sono iscritti al nostro sindacato. La contrapposizione derivava anche dalla guerra fredda, dialogo e collaborazione maturano con la distensione e la coesistenza pacifica. Nella storia del sindacato, gli anni del riscatto del lavoro sono segnati dalle idee di unità, di democrazia e di autonomia, come dicevamo, dai partiti, dai governi, dai padroni . È su questo terreno che va riportato il dibattito sindacale, se davvero si vuole uscire da una troppo lunga fase fatta insieme di divisione e di debolezza. 
Noi sappiamo che quando c’è disoccupazione di massa il potere contrattuale dei lavoratori si indebolisce, ma questo non può significare che vanno avallate tutte quelle scelte che scaricano sui lavoratori errori e delitti delle classi dirigenti. È risaputo che una delle cause più importanti di questa crisi mondiale è la crescente diseguaglianza tra lavoratori e dirigenti, soprattutto di quei manager delle finanziarie che hanno stravolto il mondo. I lavoratori e le lavoratrici hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo alla crisi, di cui peraltro non portano alcuna responsabilità. E fa specie che qualcuno abbia il coraggio di affermare che hanno vissuto al di sopra dei loro mezzi. I lavoratori devono trovare chi rappresenta le loro ragioni: che sappia dare fiato ideale alle loro esigenze, che sappia resistere nella difesa dei loro diritti. 
Questo insieme di non rassegnazione alle cose negative e di speranza di una vita migliore può unire gli individui, chiedendo ad ognuno il meglio e costruendo un progetto di umanità e di giustizia per l'oggi e per il domani. La crisi è epocale, non è contingenza negativa dei mercati, ma il fallimento di un modello di sviluppo. L'idea di un progresso senza limiti è tramontata. Serve una conversione, dobbiamo tornare a interrogarci su cosa produrre, come produrre, e come distribuire la ricchezza. Di fronte alla ingiustizia è giusto ed è doveroso battersi, di fronte alla prepotenza è obbligatorio ergersi, di fronte alla miseria è necessario pretendere risposte, costruire le necessarie forme di lotta. A questo noi ci prestiamo, con paziente ed intelligente iniziativa, come hanno saputo fare negli anni gli operai, le donne, e, più recentemente, gli immigrati.
Nella società odierna, dentro l’attuale crisi politica anche locale, non c’è altra via per raggiungere quella che Lei chiama concordia, e che noi potremmo chiamare coesione e giustizia sociale. Bene abbiamo letto il messaggio che Lei ha mandato alla città nella sala del Consiglio Comunale: un ragionamento impegnativo, ci siamo subito augurati che lo sforzo di ragionamento che Lei proponeva venisse davvero fatto, e quell’augurio è ancora aperto. Non coltiviamo diffidenza, tanto meno supponenza, anzi, ma è molto grande lo scarto tra i problemi enormi vissuti dalla maggioranza della popolazione ed il livello del dibattito e della ricerca politica e sociale. Nel guardare il suo stemma sul portone del Duomo nuovo non può certo sfuggirci il segno del pane spezzato: a noi parla e riconosciamo che nel suo operare quel segno è riconoscibile. Per parte nostra non smetteremo di sollecitare conoscenza ed analisi della crisi, di ricercare risposte nella elaborazione di progetti che affrontino le contraddizioni economiche, sociali ed ambientali che penalizzano lo sviluppo del modello bresciano, per le ricadute concrete che questi limiti producono nella vita delle famiglie. 
La nostra preoccupazione è doppia, perché, come insegna la storia del XX° secolo, crisi epocali portano con sé la crisi della democrazia. La dignità del lavoro dipendente, la libertà dei lavoratori hanno trovato spazio soltanto nella democrazia e nella pace. Ci allarma il ritorno di nazionalismi di accatto, così come abbiamo sempre combattuto localismi e rischi secessionisti. Ci preoccupa che nell’Europa le spinte xenofobe ed autoritarie non vengano da qualche sparuta organizzazione di destra, ma da esponenti di governi e di Stati. Nel nostro rapporto quotidiano con chi vive nelle aziende riscontriamo pesante diffidenza: l’unico modo per ovviarvi è recupero di autonomia, di elaborazione, di esercizio democratico, cioè di coinvolgimento. L’emarginazione dei lavoratori dalle decisioni che li riguardano produce distacco e diffidenza. Tanto più se nelle fabbriche passa una linea aziendale di esclusione verso chi non è d’accordo con le scelte datoriali: si sta creando una situazione di disordine e di prevaricazione mai vissuta dalla Liberazione in poi. 
Per una realtà tanto importante qual è la Chiesa bresciana pensiamo che non siano temi “altri”: non chiediamo supplenza, chiediamo attenzione e relazione. Nessuno può dimenticare che il lavoratore e la lavoratrice sono uomini e donne interi, che la loro vita si svolge ed è largamente condizionata da quel che è la fabbrica, l’azienda, l’ufficio, il mercato, il campo, il cantiere. I lavoratori e le lavoratrici non possono essere trattati come soggetti sotto tutela: non era vero nemmeno quando erano analfabeti, figuriamoci adesso. Hanno bisogno di essere riconosciuti nei loro problemi, interpellati sui loro desideri. Senza demagogia, ma il problema attuale si chiama indifferenza sociale ed ignoranza, per disinformazione, della condizione materiale e dei lavoratori e delle lavoratrici. Centrale è la condizione delle giovani generazioni: nota nella sua gravità e nelle sue caratteristiche, non trova risposte efficaci. C’è da chiedersi perché. Assurdo, ma scava, l’argomento dei garantiti che escludono i precari. 
Le leggi che hanno s-regolato l’accesso al lavoro - che hanno creato la precarietà, che hanno inventato il lavoro povero - noi abbiamo cercato di contrastarle. Altri le hanno volute, altri le hanno assecondate: “è la globalizzazione, bellezza” noi non l’abbiamo mai detto. E non ci rassegniamo alla paga di quattro euro l’ora, al contratto di settimana in settimana. Non è nostra l’idea che dopo i 50 anni di età ti spetta un solo anno di copertura di cassa integrazione e solo 8 mesi di disoccupazione a 700/800 euro al mese. È in atto un peggioramento rapido e non ce ne è coscienza. Si continua a perdere lavoro: noi, al contrario, lo chiediamo. L’impoverimento avanza: per questo l’esperienza del Mutuo Soccorso, da noi intrapresa nel 2009, va ricominciata, va ampliata, nonostante le difficoltà siano cresciute. 
Molti Enti Locali, a cominciare dal maggiore, non offrono più tutele di alcun genere: un dato di fatto, al di là della diatriba sulle responsabilità. Va ripensato il rapporto tra ricchezza e povertà. Noi da venti anni denunciamo che “l’evasione è un furto”: ci permettiamo di suggerire una riedizione forte ed aggiornata del settimo comandamento. Ma la denuncia non basta a chi ha fame, a chi ha lo sfratto, a chi non può pagare la retta della mensa della scuola materna o elementare, a chi non può mantenere i figli a scuola.Oltre a batterci per la giustizia fiscale, va aperta una discussione sul dovere di solidarietà, sancita anche dal secondo articolo della nostra Costituzione. La crisi amplia l'emarginazione ed aggrava condizioni segnate dal pregiudizio, come quella dei carcerati, sulla quale il nostro impegno si aggiunge a quello di tenaci volontari ed a quello della stessa Diocesi. 
Sui doveri morali nella crisi sentiamo il bisogno di una fatica convergente per realizzazioni concrete: è questione di settimane, non di anni. Tutti sanno che abbiamo molto apprezzato la Sua lettera pastorale sugli immigrati. Un atto di apertura e di coraggio in una realtà nella quale i problemi venivano negati o distorti in questioni di ordine pubblico. Con la politica ufficiale che badava a creare il disagio per strumentalizzarlo e in alcuni casi, a livello istituzionale, provava a istituzionalizzare le discriminazioni attraverso delibere e ordinanze comunali. O chiudendo, nei fatti, alla libertà di culto. Se negozi vuoti si trasformano in moschee è un problema, certo, ma che deriva soprattutto da chi usa l'urbanistica per impedire che possano esserci luoghi di culto. O ancora, in altri casi, timorosa, aspettava che passasse la nottata. 
Da più di venti anni siamo impegnati lì, molte volte d’accordo, molte volte no, con l’Ufficio Migranti della Curia; riconosciamo che alcune volte, sui punti di dissenso, avevamo torto, ma solo alcune volte. C’era e c'è troppa paura di sporcarsi le mani. Invece quel testo, che ha invitato alla riflessione religiosa e civile, ha interrogato anche noi, che veniamo criticati perché ci esporremmo eccessivamente, senza che mai ci si dica dove comincia l’eccesso e che altro si potrebbe fare, se non niente. L’equilibrio che regge quelle note è stato sicuramente capace di insinuare il dubbio anche in tanti e tante che covavano pregiudizi o che hanno maturato giudizi negativi sulla base di negative esperienze. Molto di quello che lì si chiede, anche a noi, è ancora da fare. Non vale forse la pena di riprendere quella lettera per fare il punto della situazione, visto che la crisi sta riscrivendo molti tratti della nostra convivenza e per aggiornare, con questo, gli impegni conseguenti? 
La nostra Camera del Lavoro ha difetti ed ha commesso errori (noi siamo molto bravi a cercarli ed a rimproverarceli), ma ha una caratteristica storica, potremmo dire una “matrice”, che vale la pena rimarcare: non ha mai allentato il rapporto con i lavoratori e le lavoratrici. Come diciamo noi: meglio sbagliare con loro, piuttosto che avere ragione contro di loro.Una garanzia di sincerità, di lealtà e di rispetto nei rapporti, anche in questo che oggi salutiamo. Chiudo con un pensiero di Ernesto Sabato, lo scrittore argentino scomparso un anno fa. La citazione l'ho trovata proprio un paio di giorni fa nell'ultimo quaderno della Fondazione Guido Piccini – fondazione con la quale da anni abbiamo rapporti stretti – dedicato alla dignità del lavoro. 
«Non si può rinviare la decisione di comprometterci dinanzi alla terribile crisi che attraversa il mondo. Il fondamento di una speranza sorgerà da questa nostra immersione, da questo nostro coinvolgimento. Dobbiamo penetrare nella notte e, come sentinelle, rimanere in guardia per coloro che sono soli e soffrono l'orrore provocato da questo sistema mondiale perverso. Abbiamo il dovere di resistere e di essere complici della vita anche nella sua immondizia e miseria. Un gesto di assoluta fiducia nella vita e d'impegno con l'altro. Così riusciremo a costruire un ponte sull'abisso». 
Grazie

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