mercoledì 5 settembre 2012

Intervento di Mons. Monari Vescovo di Brescia per i 120 anni della Camera del Lavoro di Brescia

Grazie anzitutto per l’invito che mi avete rivolto. L’ho accolto molto volentieri perché lo considero un onore e perché spero, nello stesso tempo, che questo incontro serva ad accrescere quella “attenzione e relazione” che chiedete e che è fruttuosa per tutti. Un prete, un vescovo è di tutti; appartiene alla comunità cristiana e ha una responsabilità all’interno della Chiesa; ma la missione della Chiesa è al servizio del mondo; e allora, secondo una bella espressione, spesso citata, del Concilio “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.” Io credo in un Dio che, per amore dell’uomo, si è fatto uomo e ha vissuto un’esistenza di uomo; voi lavorate a favore dell’uomo che Dio ama e di cui si prende cura. Non è la stessa cosa, ma certo sono atteggiamenti che possono incontrarsi e arricchirsi a vicenda.
Quando ero bambino, venne a parlare al mio paese Di Vittorio e tenne un comizio proprio nella piazza in cui abitavo. Era un evento grande e ascoltammo il suo discorso dalle finestre, osservando la piazza, sotto, piena di gente. Erano i tempi che voi avete ricordato: di contrapposizione e nello stesso tempo di confronto, addirittura di emulazione, nel tentativo di essere i più attenti alle condizioni di vita della gente. Sono cambiate molte cose da allora, le contrapposizioni si sono fatte più morbide, ma l’impegno, la passione dovrebbe rimanere altrettanto forte. Oggi la storia - e io dico: il Signore - ci chiedono di rispondere alle situazioni mutate, di individuare nuovi obiettivi, di proporre nuovi cammini che migliorino l’esistenza delle persone. Avete detto che la vostra Camera del Lavoro “non ha mai allentato il rapporto con i lavoratori e le
lavoratrici” e che proprio questo costituisce la sua caratteristica storica, come una ‘matrice’ di cui andate fieri. Sono parole belle, che danno un valore permanente al vostro servizio e che lo rendono significativo al di là dei successi e degli insuccessi che inevitabilmente si registrano nella storia.
C’è nel vangelo, una pagina stupenda che esprime nel modo più forte il valore di un’attenzione effettiva all’uomo e ai suoi bisogni. Lasciate che ve la legga: Mt 25,31-46. Ci insegnava padre Martini che un brano come questo si può leggere da diversi punti di vista: mettendosi nei panni di chi fa del bene, di chi si rifiuta di farlo, di chi lo riceve da altri. In ogni modo, il racconto funziona come un invito all’impegno. La vita, il benessere degli altri dipende anche da te; non puoi sottrarti a questa responsabilità accontentandoti della ricerca del tuo bene privato: il bene che fai è prezioso agli occhi di Dio e il bene che non fai agli altri è una mancanza grave. Dio ha affidato gli uomini gli uni agli altri e nella comunità degli uomini ci sono le risorse che possono sostenere la vita di ciascuno. “Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli - dice Gesù - lo avete fatto a me... quello che non avete fatto al più piccolo, non l’avete fatto a me.” Insomma: il rapporto con Gesù e quindi il rapporto con Dio si vive concretamente nel modo in cui trattiamo gli altri, in cui ci mettiamo di fronte a loro; nella prassi concreta l’altro, il bisognoso, ha valenza simile a Gesù Cristo. Per questo l’impegno a favore dell’uomo entra nel disegno di Dio - che lo si sappia o no, che lo si faccia per fede esplicita o con altre motivazioni pulite. 
Avete detto che i lavoratori hanno una loro dignità nativa che è dovere di tutti riconoscere, ciascuno nel suo campo di esperienza e di azione. È proprio questo che rende significativa l’attività sindacale: l’attenzione alle condizioni di lavoro delle persone, la ricerca di condizioni di sicurezza che permettano di guardare al futuro con serenità, la possibilità di mantenere in modo degno la propria famiglia sono azioni che servono a rendere concreta e visibile la dignità delle persone. E, se guardiamo al passato, nemmeno tanto lontano, dobbiamo dire che in pochi decenni sono stai fatti molti passi avanti; che dobbiamo essere riconoscenti verso le generazioni che ci hanno preceduto e che hanno pagato prezzi elevati per consegnarci una società migliore.
Naturalmente, avrei preferito incontrarvi in un momento più tranquillo della vita sociale, non in questi tempi in cui la crisi ci sta rendendo più poveri e non sembra offrirci prospettive immediate di ripresa. Sono d’accordo quando dite che la crisi attuale non è solo una congiuntura negativa, ma una trasformazione che mette in crisi il modello stesso di sviluppo. Effettivamente la globalizzazione, l’informatizzazione, l’allungamento della speranza di vita, l’incertezza dei mercati finanziari, la trasformazione demografica, l’ingresso di nuove poderose nazioni nel mondo dello sviluppo economico... insomma tutti i mutamenti di cui siamo attori e spettatori ci obbligano a immaginare scenari inediti per il futuro. Noi (sto parlando di me e del mondo ecclesiastico in genere) siamo abituati a procedere con una certa rigidità. Arrivati a formulare alcuni principi chiari, da quei principi deriviamo con sicurezza quali debbano essere i singoli comportamenti. Ma c’è un problema. I principi etici sono indispensabili; se vengono meno, la vita va alla deriva e finiamo per essere portati dalle situazioni anziché plasmarle e dirigerle. Ma i principi sono generali e quindi astratti; le situazioni sono singolari e quindi concrete. Bisogna imparare la fedeltà ai principi e nello stesso tempo cercare di rispondere in modo puntuale alle sfide sempre nuove che abbiamo davanti. Non è cosa facile e dobbiamo avere pazienza con noi stessi; le sfide sono così tante e così mutevoli che controllarle e gestirle richiederebbe riflessione (e quindi molto tempo) e insieme prontezza di reazione (e quindi riflessi veloci).
Ho trovato citata, in una conferenza di Marco Vitale, questa valutazione di Robert Reich: “Sebbene gli eccessi finanziari siano stati la causa più immediata della crisi economica e della lenta ripresa successiva, il motivo di fondo è la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Da decenni, in Italia, come negli Stati Uniti, i benefici della crescita economica vanno sempre di più ai cittadini più ricchi.” Nel suo volume Reich nota che la quota di reddito totale appannaggio dell’1% più ricco degli americani ha raggiunto i picchi più alti nel 1928 e nel 2007; è proprio un caso che dopo il 1928 ci sia il ’29 e dopo il 2007 ci siamo noi? La dottrina sociale della Chiesa afferma insieme il diritto di proprietà privata e la destinazione universale dei beni della terra. La proprietà privata è garanzia della libertà delle persone, la destinazione universale dei beni è dinamismo di responsabilità e solidarietà. Quando l’equilibrio tra queste due esigenze si altera, a rimetterci è la società intera che vede incepparsi il meccanismo della creatività, della fiducia e quindi della collaborazione. 
Cito sempre dalla conferenza del prof. Vitale: “Se dobbiamo, come dobbiamo, dare vita a un nuovo patto sociale, per una più equa e quindi anche più efficace distribuzione della ricchezza, dei redditi, del lavoro. Se dobbiamo, come dobbiamo, ridare speranza e prospettiva ai giovani e ai disperati della terra che premono alle nostre frontiere, abbiamo bisogno di una grande carica di solidarietà; non assistenziale ma produttiva, efficiente, vera. Bisogna rafforzare quella che la Mater et Magistra chiama la rete della socializzazione: socializzazione delle persone e non collettivizzazione dei beni.”
Proprio perché il mondo cammina e cambia in fretta, la possibilità di operare efficacemente in questo mondo dipende sempre più dall’intelligenza delle persone. È l’intelligenza che sa capire quello che sta succedendo, sa immaginare le risposte possibili, sa correggersi quando vede che i risultati non sono quelli che si erano previsti, sa rinnovarsi e ripartire per obiettivi sempre nuovi. 
Questo richiede una formazione continua ed efficace, che dia il gusto di pensare, di immaginare, di creare; che insegni l’umiltà di verificare gli effetti dei comportamenti e la disponibilità a cambiarli quando appare utile. I nostri giovani avranno da faticare non poco; non potranno - come in parte abbiamo potuto fare noi - riposare sugli allori perché oggi gli allori seccano in fretta e non servono più a cingere le fronti di gloria. Saranno meno sicuri di noi, ma avranno molte più possibilità di quelle che noi abbiamo avuto. Dobbiamo accompagnarli con simpatia e dare loro coraggio perché sono loro che possono dischiudere un futuro più umano, anche se oggi portano il peso più grave. La disoccupazione giovanile ha toccato un livello troppo alto, insopportabilmente alto.  
C’è bisogno di imprenditori che sappiano innovare e creare così posti di lavoro; e che agiscano con uno spessore etico solido, fatto di serietà, di professionalità, di onestà, di impegno. Ho sentito ripetere più volte da Romano Prodi che la prima urgenza oggi è la formazione; e che la seconda è ancora la formazione; e che la terza è sempre la formazione. E’ proprio così : ci interessa una persona umana che sia consapevole di se stessa, cha sappia quello che fa e perché lo fa, che sappia rinunciare a una soddisfazione immediata per costruire un bene permanente, che sia pronta ad accettare le correzioni che le permettono di migliorare se stessa. So bene che una persona così è difficile da costruire; lo vedo in me stesso, per le pigrizie, le abitudini, la paure che bloccano a volte il cammino di crescita. Ma sono convinto che la strada c’è ed è bella ed è degna dell’uomo. Su questa strada sarà possibile fare le scelte che danno sicurezza anche per il futuro.
Nella enciclica Laborem Exercens Giovanni Paolo II ha scritto: “Ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il ‘com¬proprietario’ del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una vera comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita.” (.Laborem Exercens, 14) Che non sia cosa facile è evidente; per questo il Papa usa espressioni caute, del tipo: “potrebbe essere.... per quanto è possibile...” 
Ciò che sta dietro a questo modo di vedere è il riconoscimento del lavoratore/lavoratrice come soggetto del lavoro. Lo diciamo spesso che il lavoro non è una merce qualsiasi e il motivo è che nel lavoro è coinvolta la persona stessa, con tutte le sue energie, come protagonista. Detto con le parole del Concilio: “Col loro lavoro, operai e contadini non vogliono solo guadagnare il necessario per vivere, ma sviluppare le loro doti personali e avere parte nell’organizzazione della vita economica, sociale, politica e culturale.” (GS 9) Sono convinto che questa sia una strada promettente, perché è quella che risponde più pienamente alle esigenze dell’uomo; so però anche che non è una strada facile perché richiede una conversione di mentalità da parte sia degli imprenditori, sia dei lavoratori: la capacità di non vedere solo il profitto immediato di parte, ma di saper indirizzare le scelte verso il successo di un’impresa che garantisca il futuro di tutti.
Troppo spesso, in questi giorni ci troviamo di fronte a bubboni che scoppiano improvvisamente e che minacciano il benessere di intere comunità. Penso alla situazione dei minatori del Sulcis e a tante altre situazioni di cui le cronache di questi giorni sono purtroppo piene. 
Quando è in gioco la sicurezza del lavoro e quindi il benessere delle famiglie, non ci può essere esitazione: bisogna fare il possibile e l’impossibile per sanare le situazioni. Ma dobbiamo anche imparare qualcosa. Quando l’infezione è diffusa, si è costretti a intervenire con dosi massicce di antibiotici che, inevitabilmente, sfiancano l’organismo. E allora a un profano viene da dire: si deve proprio aspettare che le crisi scoppino per cominciare a pensarci? Non c’erano in precedenza i segni dell’infezione? Non si poteva fare qualcosa? Prevenire, c’insegnano, è sempre più saggio che curare. Perché siamo così lenti a prendere coscienza delle situazioni? Forse la risposta è in un’osservazione semplice ma preziosa; e cioè che il senso comune, cioè l’intelligenza pratica con cui affrontiamo i problemi quotidiani della vita, è tendenzialmente miope. Osserva con attenzione le cose vicine, ma non sa guardare con acutezza le cose lontane. Risolve il problema immediato ma non previene l’insorgenza di complicanze nel futuro. 
Per avere questa attenzione ci vuole la competenza dello studio e ci vuole, nello stesso tempo, lucidità, disinteresse, creatività. Ecco, abbiamo bisogno di persone così: che ci insegnino a fare entrare nelle decisioni che prendiamo l’attenzione agli effetti immediati, ma anche la considerazione del tipo di futuro che prepariamo con le nostre scelte. Il rispetto per l’ambiente, la salute delle persone, la sicurezza di chi lavora, la gestione del territorio... tutto questo richiede saggezza e disinteresse: saggezza perché si tratta di valutare utilità e svantaggi di ogni scelta; disinteresse perché tutto questo ha un costo economico e bisogna essere capaci di rinunciare a un più alto livello di vita per garantire un benessere più sicuro alle generazioni future.
Mi rimane da dire una parola sugli immigrati. Vi ringrazio naturalmente del giudizio che avete espresso sulla mia lettera. E credo di poter garantire la disponibilità del Centro Migranti a confrontarsi e a collaborare in tutto quanto può servire a migliorare le condizioni di vita di ogni persona - e qui conta solo il volto umano, non la nazionalità di origine o l’adesione religiosa o l’affiliazione politica. Naturalmente il Centro Migranti - pur non essendo un ufficio di Curia - si muove con uno stile ecclesiale che è stile di comunione e che cerca di coinvolgere attivamente tutte le parti interessate. È una modalità di intervento più dialogica rispetto a quella di sindacati o partiti o rappresentanze; meno diretta, ma che, forse, permette di raggiungere risultati insperati nell’avvicinare le parti contrapposte. Lo stesso potrei dire per l’attenzione al mondo dei carcerati.
Al termine delle vostre parole avete espresso un giudizio che mi ha colpito: “Meglio sbagliare insieme ai lavoratori piuttosto che avere ragione contro di loro.” Ho ricordato che, in una sua lettera, Dostoevskij aveva scritto: “Se mi si dimostrasse che Cristo non è nella verità e se fosse matematicamente dimostrato che la verità non è in Cristo, preferirei comunque restare in Cristo che con la verità.” Mi ha colpito la somiglianza delle due affermazioni.
Che naturalmente non sono, dal punto di vista logico, accettabili: non si può pensare di amare davvero Cristo con la menzogna e nemmeno si può pensare di fare il bene autentico dei lavoratori con l’errore. Ma le parole non sono costrette a fare sempre affermazioni verificate dal punto di vista logico. Possono anche esprimere emozioni, paure irragionevoli, desideri intensi, illuminazioni improvvise e abbaglianti; e in questo senso le due affermazioni sono affascinanti. Dicono che Gesù Cristo è per Dostoevskij qualcuno a cui egli ha consacrato la sua vita; e dicono qualcosa di simile per voi, che vorreste consacrare il vostro servizio per il bene dei lavoratori. Dio vi mantenga questa passione - con saggezza sempre - perché, come ho detto, non si aiuta nessuno con l’errore o la presunzione; ma anche con dedizione, perché in qualsiasi situazione l’amore appassionato sa aprire vie di speranza.

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