lunedì 28 luglio 2014

Un tema di interessante attualità: Lavorare meno per lavorare tutti, come in Germania - di Nicola Cacace su l'Unità

La terza rivoluzione industriale che sta trasformando il mondo, quella dell’elettronica, a differenza delle prime due, quelle del vapore e dell’elettricità, distrugge più posti di lavoro di quanti non ne crea, soprattutto nei paesi industriali. Lo hanno scoperto da anni gli istituti di ricerca più seria e i paesi più attenti, che hanno reagito  con politiche di redistribuzione del lavoro, riducendo le ore annue lavorate per persona, puntando sulla qualità di merci e servizi, il contrario di quanto fatto dai paesi meno attenti, tra cui Italia, Grecia, Spagna. The Death of the Distance, la morte delle distanza, secondo un felice prima pagina dell’Economist, significa che il costo di spostamento di merci ed informazioni è crollato a livelli tali che il prodotto fatto a Napoli è in concorrenza diretta con quello fatto a Pechino e che l’innovazione prodotta a Tokio in poche ore può essere realizzata a Milano.
Se si aggiunge il fatto che con la globalizzazione i tassi di crescita dei paesi emergenti, quelli che partivano più in basso nella corsa dell’economia, crescono da anni e continueranno a crescere per anni, con velocità 3-4 volte superiori a quelle dei paesi industriali, 5%-6% contro 1%-2%,  ecco spiegato perché, tra i paesi industriali, solo quelli che da anni praticano politiche di redistribuzione del lavoro sono riusciti a mantenere bassa la disoccupazione e soprattutto alti i tassi di occupazione (quota di occupati sulla popolazione in età da lavoro). Quest’ultima è la vera misura della situazione occupazionale di un  paese, mostrando il numero di persone, in età da lavoro,  che veramente lavorano. Talvolta il tasso di disoccupazione scende perché disoccupati scoraggiati non cercano più
attivamente lavoro e, statisticamente, passano tra gli inattivi, quelli che non studiano e non lavorano. L’Italia è un esempio classico, avendo la più alta quota di inattivi quasi 14 milioni pari al 35% della popolazione in età da lavoro.
Per non farla troppo lunga, elencherò i paesi europei con tassi di occupazione superiore al 70% e quelli con tasso di occupazione inferiore al 60%. Si scoprirà che i paesi ad alta occupazione sono quelli che  hanno ridotto fortemente gli orari di lavoro negli ultimi 20 anni, a differenza dei secondi. Germania e Francia sono i paesi che più di tutti hanno ridotto gli orari annui di lavoro procapite (dati Ocse), passati   da 1800 del 1990  alle  1400 ore del 2012. Anche Norvegia ed Olanda  hanno oggi orari annui di 1400 ore, seguiti da Danimarca con 1500 ore, Svezia e Finlandia con 1600 ore, Austria con 1700 ore. Tutti questi paesi hanno bassa disoccupazione, tra 5% e 8% e soprattutto alti tassi di occupazione dal 70% in su. Dall’altra parte ci sono Italia, Grecia e Spagna con alta disoccupazione, bassi tassi di occupazione (inferiori al 60%) e lunghi orari di lavoro, che erano nel 2012,  2034 ore per la Grecia, 1752 per l’Italia, 1686 per la Spagna. E questo avviene perché i …Jobs Act di questi sfortunati paesi, guidati da incompetenti di politiche del lavoro del XXI secolo, incentivano i lunghi orari e gli straordinari mentre gli altri incentivano part time, orari ridotti e  eliminano gli straordinari come la Germania. Con le attuali politiche del lavoro (e con crescite del Pil dello 0 virgloa, purtroppo, né Poletti, né Renzi  creeranno un sol posto di lavoro. Please, copiate le buone pratiche di Germania ed altri paesi virtuosi.

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