martedì 23 febbraio 2016

Cgil, per cambiare politica economica europea, cambiare anche quella italiana

Ieri 22 febbraio il Governo ha redatto, in lingua inglese, il Documento italiano per l'Europa, con cui presenta la “Proposta strategica dell’Italia per il futuro dell’Unione Europea: crescita, lavoro e stabilità”. In questo documento ci sono importanti novità, ma molte contraddizioni.
La prima evoluzione che sembra compiere il Governo è nell'analisi. Si nota maggiore consapevolezza della debolezza dell'economia, italiana ed europea, soprattutto dinnanzi alla sfavorevole congiuntura internazionale, contando anche gli svantaggi della deflazione. Si pone l'accento sulla necessità di politiche più espansive per aumentare la crescita e per la creazione di lavoro, anche attraverso investimenti pubblici, in ragione della stessa sostenibilità dei conti pubblici. Si sottolinea l'importanza di sostenere la domanda interna per ritrovare la ripresa e recuperare la crescita potenziale, cioè il pieno impiego di tutti i fattori produttivi (capitale, lavoro e la migliore combinazione dei due per la produttività totale dei fattori, “di sistema”). Si evidenziano i limiti delle sole politiche monetarie intraprese dalla BCE di fronte alla durata e all'intensità della crisi, argomentando la necessità di politiche di bilancio che utilizzino tutti i margini di flessibilità possibili, anche all'interno dei Trattati esistenti. Si fa appello all'integrazione, al coordinamento e alla cooperazione tra Stati membri e tra istituzioni per rinnovare lo spirito europeo e presentare la stessa Unione come soluzione alla crisi, e non come problema, contrastando le spinte populistiche
e distruttive. Tutto ciò conferma l'analisi della CGIL. Purtroppo, però, il cambiamento nella prospettiva del Governo appare ancora troppo parziale.
Nel documento non c'è alcun riferimento alle cause della crisi e all'errore nell'aver scelto la linea
dell'austerità. Ne è conferma il continuo
richiamo alle riforme strutturali realizzate, a partire dal mercato del lavoro, nonché all'eccessiva attenzione alla stabilità delle finanze pubbliche e, in particolare, al debito.
La strategia avanzata dal Governo si articola in più misure, molti delle quali risultano interessanti e positive, ancorché timide, talvolta trovando riscontro in diverse proposte presentate da tempo dalla CGIL e dalla Confederazione Europea dei Sindacati. Il Governo, infatti, sollecita la governance europea a una maggiore flessibilità nelle politiche fiscali per una politica espansiva, che dovrebbero assumere una visione generale dell'Area Euro e considerare l'effetto negativo della bassa inflazione sui debiti pubblici, così come gli squilibri macroeconomici derivanti dai surplus nelle bilance dei pagamenti (basti pensare alla Germania). Eppure, il Governo ha realizzato ben due
leggi di stabilità restrittive in cui – in piena coerenza e condivisione dell'attuale politica economica europea – non solo non sfora il tetto del 3% di deficit spending, bensì ne programma la riduzione; taglia la spesa pubblica, senza qualificarla (vedi Relazione sull'attività della Corte dei Conti 2015); privatizza e riduce gli investimenti pubblici; diminuisce le tasse in modo iniquo e generalizzato, sostenendo soprattutto le imprese; non crea lavoro e nemmeno prevede la riduzione della disoccupazione nel medio termine; punta sulla svalutazione competitiva del lavoro; realizza riforme strutturali per il mercato e contro il welfare. La contraddizione è enorme.
La strategia del Governo, dunque, si basa tutta su un cambiamento della politica europea. In questa prospettiva, appare molto interessante la proposta di Financing e Investment Union e il richiamo implicito a Eurobond – che la CES e la CGIL propongono da tempo, anche per mutualizzare i debiti sovrani – per finanziare nuovi investimenti europei e una politica comune per l'immigrazione e i rifugiati. Tale proposta si affianca a quella di istituire la figura di un Ministro delle finanze dell'Area Euro – nella direzione auspicata anche dalla CES, per una governance economica della moneta unica e, quindi, dell'Area Euro – con poteri e risorse in grado di affrontare la crisi e rilanciare un sentiero di sviluppo, rapportandosi con il Parlamento europeo (e non solo con la Commissione). Altrettanto interessante sembra essere la proposta di uno schema di assicurazione europea contro la disoccupazione, purché ciò non rientri nella logica di giustificare la riduzione dei diritti e la svalutazione del lavoro. Occorre ribadire che ciò non può avvenire in una logica puramente risarcitoria, invertendo le priorità e rinunciando alla creazione di lavoro a scapito dell'obiettivo europeo di piena e buona occupazione. La proposta del Governo di accelerazione e modifica dell'Unione bancaria, invece, introduce la richiesta di maggiore trasparenza, di un fondo europeo per la garanzia dei risparmiatori (anticipando l'EDIS) e la creazione di un fondo per le sofferenze bancarie. Proposte condivisibili, ma limitate, senza una generale riforma europea della
finanza, a partire dalla separazione fra banche d'affari e banche commerciali (vedi Manifesto per la buona finanza, Fisac-CGIL).
Infine, il Governo sottolinea più volte l'importanza di legare una prospettiva di breve periodo a quella di lungo periodo, allo stesso modo in cui rimarca la necessità di una visione dell'Unione che tenga conto dei paesi dell'Area euro e dei paesi che non ne fanno parte. Tuttavia, l'eccessiva scommessa sul mercato da parte del Governo genera forti contraddizioni sulla capacità di cooperare e convergere delle diverse economie europee, oltre che di affrontare insieme la crisi e, in generale, le emergenze. Il paragrafo dedicato al Mercato unico, pur indirizzando la discussione sull'energia, le infrastrutture e l'innovazione, si concentra troppo sul Mercato unico dei capitali e sull'apertura agli investimenti esteri ai servizi e agli appalti pubblici, allargando inevitabilmente le differenze tra Stati membri.
In conclusione, grazie alla spinta dei processi reali, analisi e proposte del Governo cominciano ad andare nella giusta direzione. Ma non si ravvisa alcuna coerenza, né correzione, della politica economica nazionale. Analisi, coerenza e correzioni che, applicando il metodo europeo del dialogo sociale, si sarebbero potute realizzare.
La CES e la CGIL avevano compreso e segnalato per tempo le cause e la profondità della crisi, scoraggiando la politica dell'austerità, a fronte della crisi di domanda, degli effetti della svalutazione competitiva sugli squilibri globali, del pericolo della deflazione sulle già incombenti
spirali recessive e depressive, dell'impossibilità di nuovi investimenti privati senza nuovi investimenti pubblici, della necessità di un piano straordinario di creazione diretta di occupazione giovanile, ecc. Per questo la CES, considerando insufficiente e inadeguato il cosiddetto Piano
Juncker, aveva lanciato A new Path for Europe, avanzando la proposta di un piano di investimenti sovranazionale basato su uno stanziamento del 2% del PIL europeo per 10 anni, finanziato anche con Eurobond. Per questo la CGIL ha proposto il Piano del lavoro, per realizzare nuovi investimenti
pubblici e privati, in beni comuni e innovazione sociale, attraverso una nuova politica delle entrate e della spesa pubblica, per affrontare concretamente la crisi e rilanciare il ruolo del nostro Paese nel divenire della storia europea.
Fonte: Ufficio Stampa Cgil

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