mercoledì 19 ottobre 2016

Big Data: analisi di un fenomeno in espansione

La SLC, Sindacato Lavoratori della Comunicazione, non può esimersi da una valutazione degli aspetti economici, politici, sociali e sociologici e, ovviamente, sindacali legati al tema dei big data.
Il tema della rete e della produzione dei big data ha, in primo luogo, una forte implicazione politica: la pervasività del digitale determina una nuova modalità di sfruttamento inconsapevole del lavoro individuale, crea piattaforme molto simili ai vecchi e vituperati monopoli, di fatto cambia il paradigma dell’agire democratico. La sistematizzazione dei dati aggregati e la loro lettura consente di agire sul collettivo predicendo ma anche orientando scelte e comportamenti.
Gli aspetti che vogliamo evidenziare attengono a:

1) L’accesso all’informazione tramite web.
Oggi la divulgazione di contenuti ha nel web uno dei suoi canali principali.
Vi sono dunque elementi di ordine legislativo che attengono al diritto d’autore, tema decisamente complesso poichè include la libertà di informazione, la libertà di accesso e di immissione di dati, oltre la certificata asimmetria tra la crescita esponenziale dell’utilizzo delle notizie in rete ed il valore di scambio delle stesse. Qui proviamo ad affrontare due problemi.
L’uno attiene alla retribuzione dovuta a chi produce contenuti immessi nel web ed al
riconoscimento della specifica professionalità.
L’altra, non sconnessa dalla prima, alla certificazione delle fonti e dei contenuti stessi.
La certificazione ha una correlazione elevata con il tema della possibile manipolazione dell’opinione, uno degli elementi portanti il dettato costituzionale democratico.
Se la democrazia infatti trova un equilibrio nella possibilità di accesso del cittadino alla conoscenza al fine di elaborare un’opinione che si esprimerà, formalmente, con un voto ed un mandato, i mezzi di comunicazione rimangono il foro principe della creazione delle opinioni a loro volta necessarie per esercitare il dovuto controllo democratico su politici ed istituzioni.
Ci troviamo di fronte ad una forte concentrazione di potere nell’ambito della formazione dell’opinione, in capo a grandi colossi che non sono neppure tenuti a dare contezza della attendibilità di quanto reperibile nei propri contenitori ed il rischio di manipolazione è altissimo.
Analizziamo dunque, paradigmaticamente, il ruolo non solo distributivo ma di orientamento editoriale di Amazon.

2) La problematica relativa alla retribuzione dovuta a chi produce contenuti immessi nel web ed al riconoscimento della specifica professionalità. Se la sfida sindacale è legata alle modifiche repentine dei processi di produzione, non meno rilevante è quella relativa al riconoscimento della giusta retribuzione dei lavoratori strutturati, rispetto alle nuove modalità di prestazione lavorativa, e all’inclusione necessaria di tutte quelle professionalità oggi non riconosciute che attengono specificamente alla produzione digitale di contenuti. In questo senso non pensiamo solo al lavoro autorale ma anche a tutte le professionalità che costituiscono la vera rete dei grandi operatori e che, ad oggi, non hanno un rapporto di lavoro strutturato e contrattualizzato.

Affrontiamo a seguire il problema dell’immissione involontaria di dati sul web, legata all’utilizzo dei social, alle transazioni digitali, alla setacciabilità ed all’intreccio delle informazioni che attengono ciascun fruitore della rete.
Poniamo l’accento sulla inadeguatezza delle normativa europea sulla privacy, nonostante le recenti modificazioni.
E’ per noi evidente che, in conformità con l’esigenza di rispetto e tutela della privacy, sia necessario che il legislatore preveda forme di tutela complessiva e vincoli i detentori di dati a fini di utilizzo leciti, con la consapevolezza dell’utilizzo in capo al singolo.
Il che è complicato dal dato che i più grandi detentori di dati sono colossi privati e dal fatto che gli Stati, unici in grado di esercitare una qualche coazione nei confronti dei cittadini per ottenere informazioni personali, spesso utilizzano privati per processare i dati in loro possesso.
Ed esiste un tema che, sindacalmente, non possiamo eludere e riguarda le nuove modalità di lavoro. In Francia, all’interno della nuova legislazione del lavoro, vi è una disposizione che prova a regolamentare la intensificazione oraria del lavoro, il cd diritto alla disconnessione. Le nuove tecnologie hanno comportato un deciso allungamento “informale” dell’orario di lavoro, informale perché non riconosciuto e non retribuito. Se, da un canto, le previsioni sulla decrescita della forza lavoro conseguente alla rivoluzione 4.0 sono molto più che catastrofiche, la prestazione lavorativa del singolo non ha più limiti orari stabiliti e monitorabili. Di fatto è aumentata la produttività e non sono aumentati i salari e, per molte professionalità, si è consumato uno sganciamento tra la corrispondenza di orario di lavoro e salario. Questo mina alla base la capacità di rivendicazione salariale secondo modelli consolidati da lustri.
Riteniamo poi che, di fronte alle continue riorganizzazioni aziendali motivate da dati di bilancio che esprimono uno specifico valore reddituale e patrimoniale delle aziende, dovremmo iniziare a contabilizzare tutti quegli elementi che non rientrano nelle voci di attuale redazione dei bilanci. Scopriremo, come avvenuto per FB all’atto della sua quotazione, che il valore reale di quelle aziende è esponenzialmente maggiore di quanto dichiarato a chiusura bilanci. In un’ottica di redistribuzione equa di ricchezza non è più accettabile affrontare il tema dell’occupazione di interi settori, TLC in testa, senza questo elemento aggiuntivo di analisi.
Infine la CGIL, non rinuncia a richiamare il pubblico affinché si riappropri del ruolo che gli spetta.
Crediamo che lo Stato ed il Governo debbano per primi garantire i diritti dei singoli cittadini esercitando la propria responsabilità politica sul “digitale”. E, in virtù della dimensione internazionale del tema della pervasività del web e del possesso dei dati in capo a grandi Monopoli, vi è la necessità di una tutela sovranazionale. Dunque, come in parte osserviamo in merito alla regolamentazione relativa alla privacy di matrice europea, spetta ai singoli Stati sollecitare ulteriormente gli organismi sovranazionali perché si propongano normative di tutela ulteriore e progressiva.
Non può esserci disinteresse da parte degli Stati sugli elementi che attengono la modifica dell’informazione, sullo stato economico della carta stampata, sui nuovi Monopoli, sugli usi dei dati che renderanno sempre più obsoleta la richiesta di servizio pubblico a fronte della possibilità di avere offerte ” private” mirate (sanitarie, assicurative, sulla mobilità…).
Spetta infatti allo Stato invertire la rotta che porta alla sempre più grande concentrazione di ricchezze, alla creazione di agglomerati che sono il vero nuovo centro di potere privato, pervasivo ed incontrollabile, alla “intrusione” e violazione dei diritti fondamentali.
Essendo molteplici le implicazioni economiche legate alla raccolta ed all’utilizzo dei dati non si può rinunciare alla governance pubblica di tutte le materie attinenti ed agli Stati spettano anche quegli investimenti in innovazione tecnologica che, lasciati ai privati, prefigurano un sistema monopolistico in settori strategici esiziale per l’economia e per la democrazia stessa.

Nessun commento:

Posta un commento

Tutti i commenti saranno pubblicati purché privi di volgarità, offese, denigrazioni o attacchi personali.
I commenti che non rispettano queste regole elementari di buona educazione verranno cancellati.