mercoledì 23 novembre 2016

Referendum costituzionale, Massimo Cestaro: “ecco perchè, ragionevolmente, bisognerebbe votare NO”

Massimo Cestaro
Segretario nazionale SLC  
La Costituzione è la norma fondamentale dello Stato.
Come ogni norma è, ovviamente, modificabile, ma, proprio in virtù della sua preminente rilevanza, i padri costituenti stabilirono una procedura complessa per le sue modificazioni, supportata da ultimo, in caso non si sia ottenuta la maggioranza dei 2/3 in entrambe le Camere, da un referendum popolare.
Ed è proprio per il Referendum Costituzionale che, il 4 Dicembre, le cittadine ed i cittadini italiani sono chiamati ad esprimere il proprio voto.
Ricordando che la riforma della Carta è stata votata da un Parlamento eletto con una legge elettorale giudicata dalla Corte Costituzionale ILLEGITTIMA, prendiamo i testi delle vecchie consultazioni referendarie e leggiamoli: articolati, a volte molto tecnici, ma che consentivano all’elettore che lo volesse di individuare esattamente il quesito referendario sul quale era chiamato ad esprimersi.
Prendi il testo della consultazione referendaria del 4 dicembre prossimo: non sembra troppo “SEMPLICE”?
Del resto per semplificare bisogna essere semplici. Ma … è semplicità o demagogia?
Il testo costituzionale del 1948 (a cui portarono il loro contributo le migliori intelligenze politiche democratiche dopo vent’anni di dittatura fascista sconfitta dalla Resistenza) è fondato sul perfetto equilibrio dei poteri: Legislativo, Esecutivo e Giudiziario. Infatti, in seduta comune Camera e Senato
(potere legislativo) eleggono il Presidente della Repubblica che, a sua volta è capo del Consiglio Superiore della Magistratura (potere giudiziario) incarica il Presidente del Consiglio per formare il Governo (potere esecutivo) e nomina i ministri proposti dallo stesso Presidente del Consiglio. Il Presidente della Repubblica è anche Capo delle Forze Armate e, inoltre, nomina 1/3 dei componenti la Corte Costituzionale.
Appare evidente come la figura istituzionale del Presidente della Repubblica sia il centro attorno al quale ruota l’intero impianto democratico costituzionale: da qui la straordinaria delicatezza della sua elezione.
Se la riforma diventerà legge il Senato non sarà più elettivo.
I 95 componenti del Senato saranno scelti dalle regioni integrati da altri 5 di nomina del Presidente della Repubblica. E come saranno individuati i Senatori? I criteri di indicazione non sono previsti nel nuovo testo e ciò appare il limite più macroscopico del nuovo impianto costituzionale.
Il Senato, NON PIU’ ELETTIVO, continuerà a votare insieme alla Camera per il Presidente della Repubblica e, per di più, senza più l’integrazione della Assemblea dei 59 delegati regionali.
Il bicameralismo come previsto dall’attuale art. 70 è figlio e strumento di quell’equilibrio costituzionale.
Come in tutte le delicate strutture architettoniche, basate su pesi e contrappesi, quando si sposta incautamente un elemento si rischia il crollo.
E allora parliamo del bicameralismo perfetto “paritario” che è semplicemente una doppia lettura delle proposte di legge compiuta da due camere che, per composizione anche dell’elettorato attivo e passivo, rappresentano la larga e variegata composizione della cittadinanza.
Nella cosiddetta navetta tra una camera e l’altra le norme vengono meglio definite, spesso corrette, arricchite.
Qual’è il problema? I tempi?
Si sappia che i regolamenti di Camera e Senato sono assai più determinanti nella gestione dei tempi che non il sistema in sè.
In ogni caso, volendo superare il bicameralismo paritario, sarebbe stato necessario, per mantenere l’equilibrio tra i poteri dello Stato, istituire una camera rappresentativa delle regioni e delle autonomie locali la cui costituzione non può prescindere dal voto popolare volto a garantire il pluralismo politico e territoriale.
Il nuovo Senato potrà chiedere di apportare modifiche alle leggi espresse dalla Camera, ma la Camera potrà IGNORARLE. Solo nel caso in cui le leggi riguardassero competenze legislative delle Regioni, il Senato potrà apportarvi modifiche che, tuttavia, la Camera potrà respingere con voto a maggioranza assoluta.
Indulto, amnistia, stato di guerra, tutto in capo alla Camera.
Idem per i trattati internazionali, salvo che non riguardino l’appartenenza dell’Italia alla UE.
Trovavate indegno l’abuso del Decreto legge, che ha un percorso agevolato ed è stato utilizzato su temi che non avevano per nulla le caratteristiche di urgenza?
Bene, con la riforma, la Camera potrà richiedere una VIA PREFERENZIALE per disegni di legge “essenziali per l’attuazione del programma di governo” . Il cosiddetto Voto a data certa!
Omettiamo che le leggi di iniziativa popolare non godono di eguale trattamento che, anzi, vedono aumentare, triplicandolo, a 150.000 il numero di firme necessario per proporle
E le Regioni? Non esisterà più la legislazione concorrente ma una serie di materie sarà direttamente avocata allo Stato.
Ora, aldilà del tecnicismo, la domanda è “cui prodest.” E cioè a chi giova tutto questo?
Giova al rafforzamento del potere esecutivo e dunque sbilancia fortemente la Costituzione.
Supera il bicameralismo? NO. LO CONFONDE e crea occasioni di conflitto tra competenze.
Tiene conto delle differenze territoriali che hanno dato vita alle regioni? NO, poiché rafforza il potere centrale e, di fatto, non crea una rappresentanza istituzionale delle autonomie locali.
Dà voce e sostanza alla sovranità popolare? NO: le toglie la libertà di espressione di voto su una delle Camere e ne rende più complicata la proposizione di disegni di legge.
E se poi cambia la legge elettorale? Voilà, il gioco è fatto.
Nei libri di Storia si ricorda il premio di maggioranza di mussoliniana invenzione ( la legge Acerbo del 1923). E tutti ricordiamo con eguale sconcerto la cosiddetta “legge truffa” in base alla quale si procedette al voto nel 1953.
Bene, quello almeno era un premio previsto per chi la maggioranza l’avesse ottenuta. Eppure lo consideriamo uno scippo alla democrazia.
Esiste poi un tema niente affatto irrilevante che riguarda le Autorità Garanti: dovrebbero essere soggetti terzi, arbitri nelle materie di competenza e perciò rientranti nel dettato costituzionale, ma purtroppo così non è; inoltre la somma delle modifiche costituzionali e l’evidente sbilanciamento a favore del ” premier”, con il depotenziamento del Senato, comporterà un ovvio disequilibrio anche sulle nomine dei componenti degli stessi Comitati di garanzia.
Oggi il partito che ha la maggioranza relativa acquista la maggioranza assoluta a prezzo di saldo, esprime il premier, che con la sua stessa maggioranza “gonfiata” all’unica Camera rimasta, ottiene la fiducia!
UN CAPOLAVORO!
Il valore del pluralismo politico/istituzionale ha un rapporto diretto con gli atti parlamentari e le norme legislative: la sua declinazione riguarda punti centrali dei diritti di cittadinanza. Tra questi la garanzia del pluralismo dell’informazione e della comunicazione, lo sviluppo della cultura, l’accesso dei cittadini a prodotti e servizi di nuova generazione. Anche per questo, SLC-CGIL, il Sindacato della Comunicazione, ritiene che al referendum costituzionale del 4 dicembre si debba, ragionevolmente, votare NO.
La Segreteria Nazionale

Nessun commento:

Posta un commento

Tutti i commenti saranno pubblicati purché privi di volgarità, offese, denigrazioni o attacchi personali.
I commenti che non rispettano queste regole elementari di buona educazione verranno cancellati.