mercoledì 22 novembre 2017

Rai: Testo intervento Commissione Vigilanza su contratto servizio

Presidente, Commissarie, Commissari,
innanzitutto, grazie per questo invito, che le organizzazioni sindacali ‐ tutte, dirigenti, giornalisti, quadri, impiegati, operai ‐ hanno deciso di raccogliere in maniera unitaria.
Così come avvenuto in occasione dello Schema di Convenzione, abbiamo deciso di parlare con una voce unica: di fronte alle scelte strategiche i lavoratori rispondono in maniera unitaria e compatta.
I tempi del confronto sul Contratto di Servizio dettati dalle norme vigenti sono contingentati e molto ristretti. Il Contratto di Servizio è ciò che impegna la Rai Servizio Pubblico per il futuro, quindi meriterebbe un confronto aperto e pubblico, approfondito e serio.
Ad ogni modo, ci auguriamo che possano essere accolti gli spunti che stanno arrivando e arriveranno da questo utile ciclo di audizioni.
1. Partiamo dalle risorse. Ancora una volta la discussione viene fatta al buio. Non c’è alcuna certezza di risorse. Men che meno di medio lungo termine. Salvo un blando riferimento a garanzie per i 3 anni del Piano industriale.
Diciamolo con chiarezza una volta per tutte: il canone in bolletta elettrica è stata una ottima operazione di lotta all’evasione, ed è oggettivamente riuscita. Ma è sostanzialmente a saldo invariato per la Rai, che ‐ nel 2017, secondo calcoli non solo nostri (non ultimo il focus annuale di Mediobanca) – incasserà una cifra inferiore a quella che ha incassato nel 2013.
Siamo consapevoli che questo nodo non andava sciolto nel Contratto, ma allora perché non approvare prima la norma che deve assicurare risorse certe e di lungo periodo?
Non esiste un contratto dove la prestazione è nota, e il corrispettivo economico è rinviato ad una
seconda fase. La Rai deve poter contare su risorse certe, adeguate, per l’intero periodo del contratto (5 anni). Invece oggi tutto passa per la Legge di Stabilità: dunque governo e maggioranza di turno hanno in mano la leva economica dell’azienda, con pesanti ripercussioni sull’autonomia gestionale della Rai, che implicano un controllo indiretto sulla possibilità di informare liberamente.
In termini di certezze e stabilità, sarebbe stato già un segnale, così come era stato annunciato da componenti del Governo, ricondurre l’intero ammontare del canone alla Rai: quindi eliminare il taglio strutturale del 5%, rivedere da subito (senza attendere il 2019) la distribuzione del cosiddetto extragettito e fare chiarezza sul 4% di iva.
Intanto però si coglie subito l’occasione per ipotizzare interventi sulla pubblicità. Un intervento sui tetti non è accettabile in assenza di risorse adeguate, certe e non modificabili anno per anno, e senza un intervento sul Sic per rivedere i limiti antitrust.
Così come il calcolo dei tetti suddivisi rete per rete rappresenterebbe un danno pesantissimo per la Rai.

2. Secondo tema cruciale è quello della rete e delle frequenze. Il passaggio alla banda larga mobile e la liberazione della banda 700 Mhz avviene senza chiarire alcuni aspetti fondamentali. Non tutti toccati nel Contratto di Servizio. Ma appare evidente una connessione tra i diversi provvedimenti. Perché la Rai deve liberare il Mux1 a vantaggio dell’emittenza privata locale? I costi ‐ in termini tecnologici, di comunicazione, di prevedibile perdita di telespettatori ‐
verranno interamente coperti da risorse aggiuntive dello Stato? Domanda ancora più stringente tenuto conto dell’obbligo in capo alla Rai di coprire il100% del territorio e del passaggio al Dvb‐T2.
E poi c’è la questione di fondo: l’obiettivo finale è quello di istituire l’operatore unico di rete? Noi dichiariamo sin da ora di essere contrari a qualsiasi ipotesi di perdita da parte della Rai delle risorse frequenziali delle quali è concessionaria e della propria rete di trasmissione, strutturata capillarmente nei decenni per assolvere agli obblighi
di Servizio Pubblico, a differenza di quelle dei broadcasters privati, a meno che non sia la Controllata Rai Way a divenire lei stessa l’operatore unico. Quel che è certo è che ‐ se questo è l’obiettivo ‐ va dichiarato subito e con chiarezza.
A tal fine consideriamo inaccettabile che nel secondo comma dell’articolo 1 si consenta a Rai di avvalersi per le attività inerenti al Servizio Pubblico di società da essa “solo” partecipate e non “controllate”.

3. Il Contratto impone poi la presentazione entro 6 mesi di un nuovo Piano industriale e un nuovo Piano editoriale.
Un fatto positivo se visto come imposizione di fatto nei confronti di un vertice di Viale Mazzini che in 2 anni ha fagocitato ben 2 progetti di riforma. Tuttavia, non possiamo non notare che questa scadenza mette in capo a un vertice che a quel punto sarà a un passo dalla fine del proprio mandato, uno degli atti più rilevanti per la sopravvivenza e il rilancio della Rai. Dunque si affida un piano a un gruppo dirigente che sicuramente non sarà quello che dovrà poi attuarlo.
Così come non possiamo non notare che i 6 mesi scadranno all’indomani di elezioni dall’esito incerto, e pertanto è per lo meno dubbio che la Commissione sarà già operativa in tempo utile per esaminare i due piani.
Per di più gli indirizzi non dicono nulla di concreto sulla strada industriale da intraprendere.
Pertanto per noi restano grandi incognite, rispetto a scelte che possono determinare il ridimensionamento o il rilancio della Rai Servizio Pubblico.
a. Riorganizzazione delle reti. Non abbiamo alcun pregiudizio rispetto alla rimodulazione del numero dei canali non generalisti, così come previsto in Convenzione. Ma riteniamo che il piano non possa limitarsi a una mera riduzione dei canali. Qualunque decisione deve essere improntata all’interesse collettivo dei cittadini e a un mantenimento ‐ se non ampliamento ‐ del perimetro produttivo e occupazionale;
b. Nulla si dice invece rispetto alle Sedi regionali. La presenza di redazioni in ogni Regione e Provincia autonoma è elemento fondamentale ma non sufficiente.
Seppur nel quadro di una utile riorganizzazione, le sedi regionali vanno rafforzate e i centri di produzione vanno impiegati al massimo della loro capacità produttiva, per salvaguardare informazione e approfondimento culturale nelle realtà locali.
In tal senso è debole anche il capitolo sui “centri di produzione decentrati”, ai quali non viene concessa con chiarezza la disponibilità delle risorse necessarie per svolgere il compito assegnato dalla norma, rimandandolo a possibili convenzioni con Province e Regioni. Oltretutto nel Contratto di Servizio manca una chiara distinzione dal punto di vista produttivo e ideativo per tali realtà, che devono necessariamente avere più redazioni e l’obbligo di una programmazione più complessa rispetto alle sedi regionali.
La presenza sul territorio è elemento distintivo di tutti i Servizi Pubblici europei, spesso in maniera più massiccia che in Italia. Questo può essere reso possibile anche individuando ruoli nuovi per la Rai Servizio Pubblico. Ad esempio, laddove il Contratto prevede che la Rai digitalizzi tutto il proprio patrimonio audiovisivo, si potrebbe prevedere che il Servizio Pubblico diventi il “luogo della memoria” ‐ e della conservazione in digitale della memoria ‐ di tutto il territorio: un servizio a disposizione di tutte le altre realtà produttive, istituzioni, amministrazioni, scuole, centri di cultura, per far sì che questo patrimonio possa essere messo a disposizione del pubblico. Un modo concreto per dare sostanza alla definizione di Rai come “più grande azienda culturale del Paese”.
Di sicuro appare come una grande contraddizione quella di richiamare alla conservazione della memoria audiovisiva, senza imporre alla Rai uno stop al ricorso sfrenato agli appalti e il ritorno alla produzione all’interno delle immagini: oggi giornalisti per immagini e operatori sono in numero sempre più residuale, e la Rai non intende formarne di nuovi. Insomma in una tv che va verso una sempre maggiore definizione della qualità dell’immagine (4k, 8k, e così via), la Rai rinuncia ai professionisti delle immagini.
c. Ruolo delle società di produzione e strapotere degli agenti. Ormai in Rai decidono palinsesti, conduttori, autori, e perfino ospiti e commentatori. Nei fatti, la privatizzazione del Servizio Pubblico. Serve uno stop netto al loro strapotere, che ha comportato costi elevati e spesso pessimi risultati di ascolto.
Serve un impegno chiaro, uno strumento normativo efficace per esigere la piena utilizzazione e la valorizzazione di tutte le risorse professionali interne.
d. Segnaliamo poi 3 grandi fronti aperti sui quali la Rai rischia la debacle rispetto ai competitor privati.
La Radio. Mentre i privati investono e costruiscono, la Rai continua a non mettere in campo progetti e risorse per la Radiofonia. Tutti gli indicatori ci dicono che è un mezzo dalle straordinarie potenzialità, ma pressoché dimenticato dalla Rai. Vista l’evoluzione e l’espansione del settore, sono assolutamente necessarie risorse specifiche per lo sviluppo della rete, e per il Dab+.
Web e social. Dopo il successo di RaiPlay, il vuoto. Ancor di più in vista del Dvb‐t2 e del 5g, la Rai deve colmare con urgenza il vuoto totale di progetto su web e social nel settore news. Un ritardo che rischia di diventare incolmabile, creando una frattura sempre più grande con una intera generazione.
Per dirla tutta, è paradossale che nel 2017 si debba attendere il Contratto di Servizio per spingere una azienda che si dice multimediale a mettere in campo un serio progetto multipiattaforma.
Il tentativo avviato 3‐4 anni fa è ‐ nei fatti ‐ naufragato per errori che il sindacato aveva annunciato per tempo.
Così oggi siamo tuttora senza un piano, e assistiamo a continui rinvii. Anche con motivazioni ai limiti della pretestuosità.
Dunque, di fronte all’assenza di capacità progettuale dei vertici (vecchi e nuovi), ben venga l’impulso del Contratto di Servizio.
Ma deve essere più deciso: la definizione chiave in tutto il mondo è “digital first”. La Bbc nel confronto con il governo ha fissato per sé come obiettivo quello di restare rigorosamente un “broadcaster” ma pensandosi e ripensandosi “internet‐fit”, ovvero “adatto al web”.
La Rai Servizio Pubblico deve fare su questo un salto deciso in avanti.
Diritti sportivi. Se lo sport è davvero trasmissione di valori, non possiamo accettare che sia ormai a beneficio dei pochi che possono spendere soldi per la pay tv. Governo e parlamento hanno l’opportunità di affermare che lo sport deve tornare a essere di tutti e per tutti: sulle reti generaliste prima di tutto, ma sfruttando anche le potenzialità ‐ soprattutto per il pubblico più giovane ‐ delle nuove piattaforme.

4. Riflessioni analoghe devono esser fatte sul fronte della riforma delle news. Un progetto che manca da anni e che i sindacati ‐ tutti ‐ sollecitano da anni. Nessun tabù sulla ridefinizione del numero delle testate giornalistiche. Ma il piano non può essere pensato solo con questa finalità. Il piano dovrà assicurare il rispetto del pluralismo, della qualità, dell’autonomia, della indipendenza e della veridicità dell’informazione. Tema ancor più stringente e cruciale alla luce delle attuali norme sulla governance Rai che hanno riportato ancor di più sotto governo e maggioranza parlamentare il controllo del vertice di Viale Mazzini.
Per questo ribadiamo con forza che il primo passo decisivo per il rilancio della Rai Servizio Pubblico resta quello di liberarla dal controllo dei governi e dei partiti: confermiamo che il ddl che porta il nome dell’attuale Presidente del
Consiglio resta una ottima base di partenza per la riforma.

5. Sempre sul fronte editoriale, nulla si dice sui contenuti. Molto avremmo da dire. Visti i tempi contingentati, ci limitiamo a poche indicazioni fondate sui fatti degli ultimi giorni: giornalismo investigativo, contrasto all’hate speech e periferie da illuminare.
Il giornalismo investigativo è uno dei tratti distintivi del Servizio Pubblico. Il Contratto potrebbe chiedere alla Rai ciò che nessun vertice ha voluto realizzare: il Nucleo di giornalismo investigativo, proposto ormai anni fa dal Direttore Roberto Morrione.
Nel contratto si fissano obiettivi e impegni per la Rai, ma nulla si dice sul “No Hate speech”, il contrasto ai linguaggi di odio. Ricordiamo che su questo fronte l’unico impegno formale e concreto è contenuto in un accordo sindacale (caso unico in Italia) nell’ambito della sperimentazione su web e social. Basterebbe far entrare nel Contratto di Servizio l’atto di indirizzo (Delibera 424/16/Cons) su questa materia approvato un anno fa dall’AgCom.
Infine, sarebbe opportuno un impegno concreto rispetto alla necessità di Illuminare le Periferie. Sempre per esigenza di tempo, non ci dilunghiamo: lasciamo agli atti il rapporto pubblicato pochi giorni fa a cura di Cospe e Osservatorio di Pavia, con il sostegno di Fnsi e Usigrai, dove ‐ tra le altre cose ‐ si sottolinea che nei tg di prima serata solo l’1% delle notizie è dedicata alle periferie. Dal Contratto potrebbe arrivare un impegno chiaro e concreto a ribaltare questi numeri.

6. Sulla collaborazione e il sostegno della produzione cinematografica italiana e indipendente, bisogna riportare il lavoro e le risorse nel nostro Paese, dare valore alle professionalità del nostro cinema, produrre fiction, documentari e film sul nostro territorio. Per far questo, bisogna indicare tali impegni con maggiore chiarezza nel Contratto di Servizio.

7. Se il Contratto è il “luogo” dei diritti e dei doveri per la Rai Servizio Pubblico, allora è indispensabile che si imponga alla Rai un dovere etico: il rigoroso rispetto dei contratti e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Pertanto è indispensabile una parola di chiarezza sul precariato e sui contratti atipici: pensiamo ai lavoratori autonomi, ai programmisti, agli assistenti, ai tecnici, che troppo spesso non sono contrattualizzati per il lavoro che realmente svolgono.
Problema ormai non più gestibile ‐ anche nell’interesse dei cittadini ‐ nei programmi di informazione di rete e presente anche nelle testate giornalistiche, ma esteso anche ad altri settori produttivi e a diverse figure professionali.
Infine, sarebbe necessario definire con maggiore forza che l’obiettivo, anzi la priorità del Servizio Pubblico è la qualità. In un momento storico in cui la risposta degli editori alla crisi economica è stata la crescente “deskizzazione”, riteniamo opportuno affermare che la Rai Servizio Pubblico ha il compito di tornare a essere fonte delle notizie. Per farlo servono mezzi, risorse, figure professionali adeguati a chi svolge il lavoro sul campo.
La coscienza del Paese passa attraverso le produzioni e l’informazione Rai: dalla formazione delle idee, allo sviluppo di creatività e forme di cultura. Perché mentre l’imprenditoria privata deve puntare a bilanci e fatturato, agli utili economici, il Servizio Pubblico ‐ invece ‐ deve avere come priorità la creazione di utili sociali: quindi favorire un processo di crescita di tutto il Paese che ‐ in futuro ‐ potrebbe trasformarsi in crescita sociale e anche economica.
Futuro. Questa dovrebbe essere la parola chiave. Per la Rai Servizio Pubblico. E quindi anche del nuovo Contratto di Servizio.

SLC‐CGIL, FISTEL‐CISL, UILCOM‐UIL, UGL‐Telecomunicazioni, SNATER, LIBERSIND CONF.SAL, USIGRAI, ADRAI

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