giovedì 11 gennaio 2018

Intervista Susanna Camusso su Repubblica

«Dalla proposta del salario minimo legale a quella sul reddito di cittadinanza arriva la conferma che la politica — con qualche eccezione — non sa cosa sia oggi il lavoro. Si continuano ad applicare vecchi schemi, ad alimentare il precariato, a dare alle imprese tutto ciò che chiedono mentre la nuova emergenza oggi si chiama bassi stipendi dei lavoratori come ripete da tempo il presidente della Bce, Mario Draghi. Vanno aumentati, punto e basta». È quasi una svolta "salarialista" questa per la Cgil di Susanna Camusso che sul versante politico si schiera a favore di una candidatura unitaria del centro sinistra per la Regione Lombardia: «Sarebbe un'opportunità da cogliere».

La politica, almeno una parte, sembra parlare come la Cgil: abolizione del Jobs Act, dice Berlusconi, salvo poi ripensarci; cancellazione della legge Fornero, ripete Salvini. Non avverte qualche imbarazzo con questi compagni di strada?
«Sono loro che dovrebbero essere imbarazzati: l'attacco all'articolo 18 parte con Berlusconi, passa per Monti e arriva al Jobs Act di Renzi.
A manomettere per primo la legge Dini sulle pensioni è stato il centro destra. Il famoso "scalone" era quello di Maroni, ministro leghista del governo Berlusconi. Non credo che né uno né l'altro abbiamo intenzione di reintrodurre l'articolo 18 o di tornare alla legge Dini, men che meno di adottare la Carta
dei diritti della Cgil e la pensione di garanzia per i giovani.
Sono solo slogan per far presa in particolare sui lavoratori. Non hanno alcun progetto se non peggiorare ciò che oggi è già pessimo».

È pur vero, tuttavia, che il lavoro e le pensioni sono al centro di questa campagna elettorale. Come lo spiega?
«La crisi economica ha colpito duramente il lavoro, ma anche la dimostrazione che le brutte leggi di questi anni non hanno fatto altro che peggiorare le condizioni, soprattutto per i giovani. Penso, poi, sia merito dei sindacati, e della Cgil in particolare, aver riproposto il tema della centralità del lavoro e della sua rappresentanza. Mi pare la più evidente sconfitta di tutti coloro che avevano immaginato il superamento dei corpi intermedi, che il lavoro non avesse più bisogno di soggetti di rappresentanza».

Anche questa colpa di Renzi?
«È un fatto che a chiudere la Sala Verde di palazzo Chigi per gli incontri con le forze sociali sia stato lui. Il lavoro è oggi la questione centrale per le famiglie ma dalla politica arrivano le ricette che hanno già fallito. Servirebbero dosi massicce di innovazione e di investimenti pubblici e privati, non un'altra stagione di subalternità alle rivendicazioni delle imprese».

Cosa pensa della proposta sul salario minimo per legge?
«Faceva parte del Jobs Act del 2014, sottende l'idea di un mondo senza contratti collettivi di lavoro, di lavoratori precari sottopagati. Continuiamo a dire no grazie».

Il ministro Poletti dice che legge e contratti possono coesistere.
«Furberie: è un modo per far venire meno il vincolo contrattuale per le imprese. È la fine dei contratti collettivi nazionali per affidare al sindacato il solo compito di occuparsi delle ristrutturazioni aziendali. È una ricetta che non può funzionare. Ho il dubbio che davvero non conoscano il lavoro».

C'è il dubbio che anche il sindacato non abbia fatto fino in fondo il suo mestiere se i lavoratori italiani sono nelle condizioni che descrive lei.
«Riconosco che siamo arrivati in ritardo a capire la diffusione e il radicamento del lavoro precario.
Ma ci abbiamo messo dieci anni per rinnovare i contratti pubblici, per responsabilità della politica, e per farlo nel privato è stato faticosissimo. C'è una questione salariale di cui, a parte la Bce, in Italia nessuno parla».

Per aumentare i salari bisogna aumentare la produttività o no?
«Oggi la produttività non dipende dal lavoro ma dal trasferimento tecnologico, dalla maggiore formazione dei lavoratori, dalla capacità di usare i dati, dalle infrastrutture e dalle reti. I lavoratori non hanno più nulla da scambiare: abbiamo l'età pensionabile più alta d'Europa, l'orario più lungo, tutta la flessibilità che si vuole. Ma di cosa parliamo? I lavoratori sono spremuti. Ma avete visto cosa succede nelle aziende della Gig economy?».

Ha accennato alla formazione: cosa pensa della proposta di Grasso di abolire le tasse universitarie?
«Sicuramente ha il pregio di riproporre il tema dell'accesso all'università che oggi è fortemente basato sul censo. È una proposta che può aprire una discussione sulla qualità dell'istruzione».

Sì, è che fa pagare a tutti la retta universitaria del figlio del ricco.
«Questa obiezione vale anche per la scuola dell'obbligo».

Ma è appunto la scuola dell'obbligo.
«Se ci fosse reale progressività nel sistema fiscale questo problema non si porrebbe».

Lei per chi voterà?
«Non lo dico».

Comunque voterà in Lombardia: pensa ci vorrebbe un candidato unico del centro sinistra?
«Credo che sarebbe positivo se si cogliesse l'occasione di una candidatura unitaria in un'area del Paese, in particolare in quella milanese, dove cresce il numero di giovani e con un significativo tasso di innovazione. Sarebbe un passo importante per poter affrontare una partita strategica anche a livello nazionale».

Potrebbe essere Gori il candidato unitario?
«È compito delle forze politiche individuare il candidato. Ci piacerebbe che nella valutazione avessero un peso le buone relazioni avute con il sindacato a Bergamo come nel Lazio con Zingaretti»

Fonte: La Repubblica del 11/01/2018

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