mercoledì 14 novembre 2018

Tim: azienda rischia il capolinea

Nel 1997, l’ultimo anno della gestione pubblica, l’allora Telecom era tra le prime cinque aziende del settore nel mondo.
Sviluppava un fatturato di circa 23 miliardi, i debiti stavano entro gli 8 miliardi, gli investimenti ammontavano a circa 6,5 miliardi l’anno e i dipendenti erano oltre 120.000. Economicamente sana, adeguatamente capitalizzata e fortemente presente all’estero l’azienda era perfettamente in grado di
affrontare la sfida della globalizzazione.
Vent’anni dopo, grazie all’intervento dei privati, l’attuale Tim fattura poco più di 19 miliardi, ha circa 30 miliardi di debiti, investe poco più di 3 miliardi, occupa circa 45.000 dipendenti e le partecipazioni estere si sono ridotte alla sola realtà brasiliana (Tim Brasil).
I numeri raccontano di un lento ma costante processo di scarnificazione che ha impoverito l’azienda, il lavoro e il Paese. 
Già 10 anni fa Eugenio Scalfari scriveva: “…l’azienda ha avuto la sventura di diventare preda di un capitalismo straccione, più attento a spolpare il grasso che ad investire in prodotti e tecnologie”.
Ora quel processo è sostanzialmente compiuto e del possente maniero non è rimasto che qualche arredo di pregio.
Il degno coronamento dell’impresa pare essere anziché alienare in blocco quel che è rimasto, trarre
maggior profitto dal venderlo all’incanto e per piccoli lotti, così che non resti traccia del misfatto salvo qualche migliaia di disoccupati in più.
E poco importa se, al contrario del resto d’Europa, al nostro Paese verrà meno una grande azienda che avrebbe potuto guidare il processo di digitalizzazione quanto mai necessario per poter competere puntando alla innovazione e allo sviluppo.
La politica (e i Governi) del passato portano la grave responsabilità di aver permesso tutto questo. Mi auguro che la politica di oggi, ed in primis il Governo, non avallino questo progetto che ci ruberebbe un pezzo di futuro. 
Il sindacato, unitariamente, aveva avanzato una sua proposta già nell’aprile scorso, inviandola a tutti i gruppi parlamentari e, successivamente, al Governo appena insediato.
Ad oggi non è stato possibile avviare un confronto serio: spero che non si voglia perdere ulteriormente tempo e che l’incontro col Ministro dello Sviluppo Economico fissato per il 22 prossimo possa servire a fare un po’ di chiarezza.

Fabrizio Solari

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